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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 17/08/2016  -  stampato il 03/12/2016


Il terrorismo e la mina delle carceri

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano rilancia l’allarme sulla radicalizzazione nelle carceri. Lo aveva già fatto il Guardasigilli Andrea Orlando, ricordando che sono 345 i detenuti sotto osservazione. Tra questi 153, numero che comprende anche 39 accusati per reati di terrorismo sottoposti al regime detentivo di Alta Sicurezza, sono classificati a alto rischio radicalizzazione; 93 sono sotto osservazione. Numeri che, insieme a quelli sul totale dei detenuti che provengono da Paesi della Mezzaluna, oltre 10.000, e quelli relativi a quanti professano la religione islamica, circa 7.000, danno la dimensione della questione.

La domanda di islam in carcere è crescente. La religione appare a molti la sola risorsa di senso capace di rispondere alla sensazione di fallimento che la reclusione impone. Per molti detenuti musulmani, in larga parte de-islamizzati prima del loro ingresso nel circuito penitenziario, l’islam consente di ricostituire una nuova identità, capace di attenuare il disorientamento legato alla restrizione della libertà.

Tanto più in un contesto dominato da regole prodotte da una cultura diversa. Ma quest’identità può prendere il volto del semplice ritorno alla religione, divenendo un fattore d’ordine interiore ed esteriore anche nelle celle; o quello dell’adesione al messaggio radicale. È quello che è accaduto in Francia, in Gran Bretagna, in Belgio, dove minoranze di detenuti politicizzati hanno arruolato nuovi adepti che, una volta usciti, sono passati all’azione. Per arginare la radicalizzazione dietro alle sbarre diventa decisivo non solo l’istituzione di circuiti di reclusione separati, ma anche il rispetto del diritto di culto.

Davanti alla crescente domanda di islam l’errore più grande sarebbe, infatti, negare a priori tale diritto per ragioni di sicurezza. Trasformando ulteriormente l’islam in "religione del sospetto" e facendo dilagare tra i detenuti musulmani l’idea, cara ai radicali, dell’islam come "religione degli oppressi". Fortunatamente, nel caso italiano, non è questa la strada che si sta seguendo. Una strategia incentrata su sicurezza e rispetto dei diritti costituzionali sta prendendo forma. Risponde a quest’impostazione anche la decisione di assumere un ruolo attivo nel processo di selezione di imam, guide della preghiera, destinati, tra l’altro, a fornire l’assistenza spirituale e organizzare il culto nelle carceri garantendo un’interpretazione non radicale della tradizione religiosa. Una strada che il ministero dell’Interno, dopo aver superato il paralizzante dilemma del passato su affidabilità/rappresentatività di alcune associazioni islamiche, ha deciso di imboccare con l’ausilio della Consulta per l’islam.

Garantire la libertà di culto è un passaggio chiave per spuntare le ali alla propaganda radicale. Tanto più in un universo umano nel quale il risentimento può trasformarsi in ideologico odio distruttivo. Come nel resto della società, il far emergere l’islam dall’inabissamento negli istituti penitenziari consente trasparenza e osservazione. La libertà di culto in carcere diventa, così, un aspetto essenziale della sicurezza nazionale. Perché riduce il terreno nel quale prosperano imam autoproclamati, spesso personalità carismatiche in grado di soggiogare i detenuti più influenzabili, che presentano l’islam radicale come il solo e "autentico islam".

Un rischio diffuso anche nelle carceri comuni, dove detenuti politicizzati ma "clandestinizzati", che scontano condanne minori, possono influenzare personalità fragili o in giovane età. La formazione di personale penitenziario capace di distinguere i segnali della radicalizzazione dalle prescrizioni del culto diviene, così, essenziale. Il carcere è un luogo decisivo del fronte nel quale si combatte la battaglia contro la radicalizzazione.

Tanto più che, contrariamente ad altri Paesi europei nei quali le politiche di de-radicalizzazione sono in genere affidate ai servizi di esecuzione penale esterna, in Italia i detenuti a rischio sono in maggioranza stranieri. E spesso, una volta scarcerati, non accedono a misure alternative alla detenzione ma sono espulsi. Interrompendo anche eventuali processi di de-radicalizzazione messi in atto. La prevenzione in carcere diventa, dunque, sempre più importante.

 

 

fonte: La Repubblica