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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/09/2016  -  stampato il 11/12/2016


Detenuti maggiorenni nelle carceri minorili: tutti i numeri e le problematiche

Un detenuto su sei nelle carceri minorili è maggiorenne. E in alcuni casi, come quello di Torino, dove sono 20 su 37, Treviso (8 su 14), e Bari (10 su 20), i maggiorenni sono addirittura la maggioranza. 

Sono questi i dati che si celano dietro all'allarme del Sappe, che ha definito gli Ipm come vere e proprie «università del crimine». All'indomani della rivolta esplosa all'interno del carcere minorile di Airola, ad opera di «piccoli boss che portano avanti una lotta per la supremazia», le parole del segretario del sindacato della Polizia Penitenziaria, Donato Capece hanno acceso i riflettori su un autentico paradosso. «Il problema è che l'ordinamento consente la presenza di ultra 21enni - spiega Capece - è inconcepibile che giovani criminali siano reclusi insieme ai quattordicenni. L'avevamo detto che era un errore l'innalzamento dell'età. Ma non siamo stati ascoltati. É stata una decisione politica che già a suo tempo definimmo incomprensibile».

A consentire la nascita degli «atenei del crimine» ai quali fa riferimento il Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria è stata una legge di recente conio, il decreto 92 del giugno 2014, che all'articolo 5 ha previsto che possa restare negli Ipm anche chi, avendo commesso un reato da minorenne, non abbia compiuto il venticinquesimo anno di età. Sino ad allora la soglia di permanenza era fissata a quota ventuno anni: dopo di che il detenuto veniva trasferito in un carcere per adulti. «Ma non si tratta di una cattiva legge - obietta Susanna Marietti, curatrice del Terzo Rapporto di Antigone sugli Istituti Penali per Minori. «Si è voluto tutelare - spiega - una personalità in evoluzione come quella del minore, che non possiamo permetterci di perdere e che dobbiamo integrare nella nostra società. È un modo per offrire maggiore protezione a chi ha commesso un errore da piccolo, e più chance di reinserimento dopo il periodo di reclusione in una realtà più «morbida» come quella del carcere minorile».

Se il fine è certamente nobile, il mezzo suscita la perplessità di molti perché ha generato un piccolo cortocircuito: oggi nei sedici istituti penitenziari minorili italiani, i maggiorenni sono in alcuni casi la maggioranza. Se letto nella sua dimensione globale, il fenomeno non è affatto irrilevante: sono 80 su 502 i maggiorenni reclusi allo stato attuale nelle carceri per minori: in pratica un detenuto su sei. E se si guarda ai dati sugli ingressi negli Ipm del 2015, non si ricavano segnali meno allarmanti: su un totale di 1068 accessi, quelli dei giovani adulti compresi tra i 18 e i 25 anni hanno superato l'asticella dei 400 accessi: pressappoco la metà. Sebbene il carcere per i minori sia ormai un fenomeno residuale, da considerarsi come extrema ratio, di fronte a misure alternative come la messa alla prova che hanno successo nell'80 per cento dei casi, il Sud non appare particolarmente fortunato. Come rivela il rapporto «Ragazzi fuori» di Antigone, nella maggior parte dei casi e salvo rare eccezioni, la popolazione carceraria degli Ipm è composta da stranieri, rom e giovani meridionali provenienti dalle periferie degradate delle grandi città del Sud. Si tratta quasi sempre di ragazzi che provengono dalla stessa regione in cui si trova l'istituto. Ed è dunque per questa ragione, che carceri come quelli di Nisida presentano specifiche vulnerabilità. Nell'isolotto napoletano, su una media di 50 detenuti, vi sono 30 maggiorenni.

Il Mattino