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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/09/2016  -  stampato il 06/12/2016


O alla morte o alla galera: ecco a cosa dicono di andare incontro i giovani adulti di Airola

"Tu queste cose le devi fare ora che sei giovane. Perché così, se vai in galera per vent'anni, esci e hai tutta la vita davanti". Parola di un camorrista di oggi, quello che non è mai stato bambino. Ma il camorrista di oggi ha la faccia imberbe. Non ha più di 20 anni.
Sono i ragazzi che abbiamo incontrato nel corso delle riprese di Robinù, il film documentario di Michele Santoro appena presentato al Festival del Cinema di Venezia, tra le stanze del carcere minorile di Airola (Benevento) e le celle di Poggioreale a Napoli: ragazzi per cui la detenzione è tornata a essere - a trent'anni da Raffaele Cutolo - una possibilità per acquisire punti nella carriera criminale, uno step fondamentale per acquisire lo status di boss a tutti gli effetti.

"È come fosse un posto di fatica. Oggi stai facendo l'assistente, domani vuoi diventare brigadiere, poi diventi comandante", dice Mariano, uno dei nostri protagonisti, incontrato ad Airola. L'Istituto penale minorile di Airola, in provincia di Benevento, lo chiamano il carcere-scuola. Lunghi corridoi, tante aule che cadenzano le poche celle, la stanza con il biliardino e i tavoli da ping-pong: in tutto 30 ragazzi, dai 17 ai 25 anni, tutti di Napoli e dintorni, sorvegliati da 40 agenti di Polizia Penitenziaria. Tra i corsi di ceramica e qualche ora di lezione, la noia che spesso si respira è tanta. Mariano ha lo sguardo schivo, veloce, di chi ha tutto sotto controllo. I compagni di cella lo salutano con rispetto. Ha l'aria del capo, anche se ha solo 18 anni.

E ci ha accolto facendo tutti gli onori, come fosse casa sua. Il carcere di Airola nei giorni scorsi è diventato il teatro di una rivolta, animata proprio dai ragazzi che abbiamo intervistato in Robinù. Dopo i feriti, le celle sfasciate e i tavoli rotti, sono partite le consuete ispezioni di ordinanza, qualche articolo indignato (sulla stampa locale) e le discussioni tra addetti ai lavori sul fatto se sia giusto o meno far convivere giovani criminali e detenuti minorenni.

E tutto si appresta a tornare come prima. Il carcere minorile di Airola non è nuovo a episodi del genere, così come nessuno degli altri 15 istituti penitenziari minorili italiani, ma lì, come nelle altre carceri campane, sta succedendo qualcosa di nuovo.

Con i numerosi arresti di giovani capi clan di spicco, a seguito delle inchieste degli ultimi anni della magistratura sulla "paranza dei bambini" nel centro storico di Napoli, e sulle faide dei quartieri nella periferia orientale della città, i ragazzi detenuti sono aumentati a dismisura. E vivono il carcere, per quello che abbiamo potuto vedere direttamente, come un'estensione del loro vicolo o quartiere. Non c'è - per loro che stanno "dentro" - distinzione tra il "dentro" e il "fuori". E anche in prigione è svanito il confine tra ragazzi e uomini, tra guaglioni e capi.

Dalle celle i ragazzi provano a comandare, ad affermare la loro superiorità su qualche altro capetto riferibile a un altro gruppo, a un'altra famiglia, a un altro clan, riproducendo appieno le dinamiche criminali che governano la strada, la città. Schegge impazzite che guardano alla detenzione come a un segno di potenza da esibire.

"Il carcere te lo devi saper fare", spiega Michele, detenuto a Poggioreale, 22 anni di cui sei passati spostandosi da un istituto penale minorile a un altro. Uscirà a 40 anni. E, ridendo, dice: "Che fa? Uno come me sa a cosa va incontro. O alla morte o alla galera. E poi con la mente tu sei libero, no?". Vogliono fare tutti i pizzaioli, quando non direttamente i boss.

"Eppure potrebbero diventare artisti, potrebbero diventare medici. Possono diventare calciatori, ma costruire un campetto di calcio dove farli giocare sarebbe già un successo", diceva il vecchio boss Luigi Giuliano, il re di Forcella.

"Un ragazzo di Forcella come me - raccontava - viene guardato con sospetto dalla società, vive nella perenne emarginazione. Forse per questo, per avere una certa rivincita sulla vita e sugli altri, prende un fucile in mano". Sono passati molti anni e in carcere oggi ci sono i Giuliano di terza generazione, i nipoti di quel boss dagli occhi di ghiaccio. Su 503 ragazzi detenuti nelle carceri minorili in Italia, 279 sono italiani. Se su questi 239 - 8 su 10 - sono del Sud, qualcosa vorrà dire.

Il Fatto Quotidiano