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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/09/2016  -  stampato il 08/12/2016


Emergenza baby-gang: l''indifferenza della politica

Traendo spunto dalle inchieste svolte in questi giorni dal Mattino, ho posto agli ascoltatori di Radio 24 una domanda secca. Come è possibile che nel nostro paese diamo da anni un'enorme attenzione nel dibattito pubblico alle trasposizioni delle gesta delle baby gang camorristiche nei libri, nelle serie televisive e cinematografiche, com'è avvenuto per Gomorra e come avverrà per Robinù di Santoro presentato al Festival di Venezia, quando invece nessuno dei media nazionali - giornali, radio, tv - riserva alcun rilievo paragonabile alla terrificante realtà che avviene ogni giorno, a Napoli e nel suo hinterland?

Perché è proprio così. Si tratti del Corriere o del Tg Uno, dei talk televisivi o di Repubblica, nelle pagine e nelle edizioni nazionali non ci sono le sparatorie e gli omicidi, le "stese" e le molotov contro negozi e presidi di polizia e carabinieri. Non c'è niente, della terrificante avanzata a Napoli di una criminalità aggressiva e senza regole, che vede sempre più minorenni imbracciare i kalashnikov e credere ciecamente che quella sia l'unica via per farsi una vita e avere soldi. Al massimo c'è una breve di cronaca quando si arriva ai confini dell'irreale anzi oltre, come il bimbo di 8 armi fermato per l'aggressione a un altro giovane. Di fatto, la risposta prevalente negli sms e telefonate degli ascoltatori spiegava benissimo perché i media nazionali non diano alcun rilievo a questo fenomeno.

Un misto di rassegnazione, assuefazione, fatalismo, e soprattutto totale sfiducia che ciò che determina questa clamorosa sconfitta della legalità possa davvero trovare soluzioni concrete. In parole povere, un'ennesima drammatica conferma del Sud lasciato a se stesso, alle sue piaghe considerate come ataviche da una parte, e irresolubili dall'altra, perché connaturate a un'etica privata e pubblica premoderna, e violenta in quanto arcaicamente pre-esistente a ogni patto di convivenza civile. Stiamo ancora messi così, inutile negarlo. Anzi, siamo considerevolmente regrediti negli ultimi anni, quanto a convinzione che sono non solo necessari, ma del tutto possibili interventi adeguati a debellare il deserto sociale, culturale ed economico su cui alligna il nuovo mito giovanile dell'affiliazione malavitosa.

Da notare: anche molti ascoltatori napoletani esprimevano un eguale scoramento. Facciamo allora un solo esempio, di quanto invece si può e si deve fare. C'è, l'alternativa alla bandiera bianca e all'indifferenza verso la criminalità. E non è fatta solo dipiù poliziotti, carabinieri e magistrati, per il presidio territoriale e assicurare alla giustizia i colpevoli Su queste colonne avete letto che 1'80% dei detenuti negli istituti penitenziari minorili italiani sono meridionali.

Stiamo parlando di alcune centinaia di giovani, non delle migliaia e migliaia degli anni 60 e 70 del Novecento, prima cioè della riforma penitenziaria del 1975.

Ma quell'80% di giovani meridionali nelle carceri minorili dice tutto, del fatto cioè che lo Stato tenga gli occhi voltati dall'altra parte. Già la riforma dell'O.P. fissava la necessità di un ordinamento penitenziario ad hoc per i minori. Sono passati 41 anni, e non ce n'è traccia.
Vedremo se il vulnus sarà sanato con la legge delega di riforma del codice penale, di procedura penale e dell'ordinamento penitenziario, che galleggia in parlamento e che dovrebbe prevedere anche nuove norme penitenziarie specifiche per i minorenni e per i giovani adulti. Ma il punto è che, riforma o no, i giovani meridionali detenuti sono svantaggiati per quattro ordini di ragioni, rispetto ai pochi del Nord. Ai meridionali si applicano molto meno istituti alternativi alla custodia in carcere, come l'affido in comunità.

Lo stesso vale per la messa in prova. La terza ragione è che al Sud la carenza di educatori nelle carceri minorili è ancor più grave che al Nord. E la quarta è che negli istituti del Sud sono detenuti anche maggiorenni, cioè esattamente i capi delle baby gang camorristiche che vogliamo sconfiggere. Importa poco sapere che la compresenza in una stessa struttura di minori e maggiorenni colpevoli magari di gravi e gravissimi reati sia legale, secondo il nostro ordinamento, giustificata dalla carenza di strutture.

Il problema così diventa irresolubile davvero: poco impegno dello Stato per espiantare il mito camorrista nei quartieri delle città, e addirittura favoreggiamento dello Stato al proselitismo e all'affiliazione nelle carceri minorili, da parte dei capi detenuti nei confronti dei giovani presenti nella stessa struttura penitenziaria. Basterebbe poco per cambiare queste norme. E almeno negli istituti penitenziari stiamo parlando della necessità di qualche centinaio di educatori, non di decine di migliaia. Insomma uno sforzo di poco conto, rispetto all'immensa opera sociale che serve invece a Napoli e in Campania per sconfiggere dal basso la tentazione di imitare i protagonisti di Gomorra e di fare la loro stessa scelta di vita.

Non raccontiamoci la pietosa menzogna che è tutto inutile, e che serve "ben altro". È l'aver rinunciato a un'agenda politica m cui campeggino anche solo alcuni primi passi necessari per sconfiggere la camorra, ad averci portato alla rinascita tumultuosa sul territorio di nuove gang e famiglie malavitose tra loro in lotta a colpi di facili d'assalto, una volta che si erano celebrati finalmente grandi processi contro le famiglie "storielle" delle grandi reti di criminalità organizzata. È colpa innanzitutto dei politici napoletani e del Sud, non tenere alte le richieste per questo tipo d'interventi, come vergognandosi di un Sud che non sia di successo e all'avanguardia.

Ma parliamoci chiaro; la sconfitta non è solo della politica. È il più della società civile, ad essersi ammalato di sfiducia e impotenza. È un male che è entrato dentro di noi, quello che ci fa guardare Gomorra alla tv e chiudere le imposte se sparano sotto casa nostra. Dobbiamo esserne consapevoli. O ciascuno di noi per primo spezza la spirale dell'indifferenza, oppure altre migliaia di giovani napoletani e meridionali cadranno nelle spire della criminalità.

Il Mattino