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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/09/2016  -  stampato il 03/12/2016


Carceri auto gestite dai detenuti: il sistema penitenziario del Guatemala collassato

Un mondo parallelo, dove la legge la impone il più forte minacciando, estorcendo e uccidendo, nel caso in cui il controllo sia messo in discussione. A patire lo strapotere delle bande che gestiscono le carceri guatemalteche non sono soltanto i detenuti, ma anche le guardie carcerarie, il cui numero è di gran lunga inferiore. Armi pesanti, granate, droga sono solo alcuni degli oggetti che usualmente circolano nei 21 penitenziari del paese latinoamericano. Se la condizione degli adulti appare critica e allo sbando, quella dei minori al seguito delle madri è agghiacciante.

20 mila sotto il giogo della “talacha”. Di “collasso e abbandono” ha parlato il ministro degli Interni, Francisco Rivas. Dall’inchiesta condotta da El Mundo emerge che qualunque detenuto, in Guatemala, può conseguire con facilità un’arma e, altrettanto facilmente, può consumare delitti efferati in un contesto di omertà e corruzione. Sono solo 3.469 le guardie carcerarie, al cospetto dei 20.729 detenuti: il 300% in più della capienza prevista. Infatti, i penitenziari guatemaltechi possono ospitare un massimo di 6.908 persone. Delle 20 mila presenti, 18.731 sono uomini e 1.998 donne, in alcuni casi accompagnate dai minori. La cosiddetta “talacha” è il prezzo da pagare per non essere uccisi: i leader delle pandillas garantiscono sicurezza a patto che ricevano denaro.

Estorsione e prostituzione. Le vittime dell’estorsione ricorrono, quando possibile, al sostegno economico delle famiglie. Laddove, invece, non si dispone del denaro necessario non gli resta che vendere il corpo delle donne più care. Le mogli e le sorelle dei detenuti, vittime di estorsione, sono obbligate a prestare servizi sessuali in cambio della vita dei loro parenti. Il tutto avviene nella noncuranza degli agenti, che talvolta risultano persino invischiati. Il procuratore dei Diritti Umani del Guatemala, León Duque, ha dichiarato a El Mundo che il sistema penitenziario del suo paese è “il peggiore del mondo”, a causa del totale stato di abbandono. E lo ha qualificato come il luogo in cui “si stanno pianificando e compiendo azioni delittuose contro la popolazione”.

Byron Lima: l’assassinio del “re”. Cinque sono le carceri in cui si concentra il 71% degli omicidi ai danni dei detenuti: al primo posto c’è la Granja Penal Canadá di Escuintla dove sono morte 34 persone nell’ultimo anno. Il rapporto pubblicato dal CIEN, Centro di Ricerche Economiche Nazionali (http://www.cien.org.gt/), rivela che sono 146 i detenuti uccisi da luglio 2015 a luglio 2016. Nel secondo penitenziario con maggior numero di omicidi, ovvero il Pavón, è deceduto lo scorso 18 luglio il “re” delle carceri guatemalteche, Byron Lima, ex-capitano dell’esercito condannato a 20 anni di reclusione per l’assassinio del vescovo Juan José Gerardi. Nel 1998 Gerardi aveva pubblicato un documento intitolato “Nunca más” (“Mai più”), che denunciava le violazioni commesse dall’esercito, di cui Lima, suo padre e suo nonno erano membri onorari, durante i 36 anni di guerra civile.

Omicidi in aumento. L’assassinio del più potente dei detenuti, il cui movente secondo InSight Crime sarebbe legato ai segreti di Stato di cui Lima era detentore, piuttosto che alla contesa di un ingente quantitativo di droga, non è stato il solo. Il 18 luglio, infatti, sono morte altre 12 persone, fra le quali una giovane volontaria argentina. Lo studio condotto dal CIEN pone l’accento sull’incidenza delle morti nei penitenziari con maggior numero di detenuti, denunciando che sono circa 12 gli omicidi che si consumano ogni mese. Il drastico aumento è dovuto alla diminuzione delle perquisizioni, che favorisce l’introduzione di ogni sorta di oggetto – incluse le armi – all’interno delle carceri. La violenza cresce durante le rivolte. I tumulti, organizzati dai detenuti per affermare il loro potere, spesso degenerano in conflitti a fuoco, strangolamenti e decapitazioni.

Minori: instabilità e malnutrizione. In questo contesto vengono ospitati i familiari in visita. In alcuni penitenziari guatemaltechi, donne e bambini convivono con i reclusi durante il fine settimana. E, nonostante il Governo assicuri di inaugurare con i fondi europei, entro la fine dell’anno, una nuova struttura per donne con prole al seguito, il ministro degli Interni ha  reso noto a El Mundo che “il problema del sistema penitenziario non si risolverà in quattro anni”. A suo avviso, ne serviranno 12. Nel frattempo, la condizione dei minori che vivono nelle carceri con le madri, fino all’età di 4 anni, è disastrosa. Sono 86 in tutto e crescono in celle sovraffollate, manifestando instabilità psicologiche e carenze alimentari. Passano direttamente dal latte materno ai cibi solidi. Meno di due dollari al giorno, secondo El País, è il costo speso per alimentare madri e figli, costretti a dividere i pasti.

Nelle succursali dell’inferno. Inoltre, i minorenni reclusi, una volta liberi, riescono a reintegrarsi nella legalità soltanto quando non affiliati alle pandillas. E risulta difficile che ciò avvenga, dato che le carceri sono gestite dalle pandillas e dai narcotrafficanti in condizioni deplorevoli. A questo proposito, María Fernanda Galán di Asíes, Associazione di Ricerca e Studi Sociali (http://www.asies.org.gt/), ha dichiarato a El País che “i detenuti sono costretti a fare a turno per sdraiarsi per terra, senza materassi, senza
coperte, né cuscini. E i pochi che li hanno a disposizione, data la sporcizia, contraggono malattie della pelle”. Non c’è definizione più calzante di quella usata dal popolo guatemalteco: se si vuole conoscere l’inferno, basta andare nelle sue succursali.

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