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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/10/2016  -  stampato il 04/12/2016


Assolto dopo cinque anni anche l''ultimo Poliziotto penitenziario: il detenuto di Sassari si suiciḍ in nove minuti

«Mario Usai ha finalmente avuto giustizia», sono state le parole degli avvocati difensori dell’agente di Polizia Penitenziaria sassarese dopo la sentenza di assoluzione. Un verdetto che arriva a distanza di cinque anni dall’iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo dopo il suicidio di un detenuto.

L’allora pubblico ministero Maria Grazia Genoese aveva archiviato la posizione di Teresa Mascolo, all’epoca direttore del carcere di San Sebastiano, di Cataldo Fusco, comandante facente funzioni, e di Giuseppe Cannizzo preposto del reparto di Polizia Penitenziaria il giorno del fatto. L’unico rinviato a giudizio era stato proprio Usai. Ieri il giudice Teresa Castagna, accogliendo la richiesta degli avvocati difensori Sergio Milia e Maria Claudia Pinna, lo ha assolto perché il fatto non sussiste.

Mario Usai era imputato di omicidio colposo per la morte – avvenuta il 18 luglio del 2010 – di un artigiano, detenuto in una cella di San Sebastiano. La vittima si era impiccata con i lacci delle scarpe. L’uomo era stato arrestato per sospetti abusi sulla figlia. Un’accusa che non poteva accettare, un peso insopportabile. Secondo la Procura della Repubblica il suicidio era stato “favorito” dalla «negligenza» di chi avrebbe dovuto controllare lui e la sua cella. Ecco perché sotto inchiesta era finito l’agente di Polizia Penitenziaria in servizio quel giorno. Usai era arrivato nella cella del detenuto quando ormai era troppo tardi: a quanto pare però l’uomo si sarebbe tolto la vita nel giro di nove minuti rispetto all’ultimo controllo effettuato dall’agente. Oltretutto, quella domenica, l’agente imputato era solo in turno a controllare l’intero reparto promiscui.

Il detenuto era stato arrestato il 14 luglio del 2010, quattro giorni prima della sua morte. Ma senza nemmeno aver avuto il tempo di capire quali fossero le prove a suo carico, era stato assalito dalla disperazione. «È un’infamia», continuava a dire, anche al giudice durante l’interrogatorio di garanzia. In carcere, il medico che lo aveva visitato aveva definito «altissimo» il rischio che potesse togliersi la vita. Il giorno prima che si suicidasse era stato applicato un provvedimento

di “grandissima sorveglianza” ma non di “sorveglianza a vista”. Non era stato prescritto, in sostanza, che un agente vigilasse senza sosta la sua cella.

I familiari del detenuto si erano costituiti parte civile con gli avvocati Elias Vacca e Nicola Lucchi.

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