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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/10/2016  -  stampato il 10/12/2016


Detenuto suicida a Grosseto , la Direttrice del carcere: protocollo applicato alla lettera, nemmeno il suo compagno di cella si accorto di nulla

L'uomo che si è ucciso non era solo in cella: l'agente della penitenziaria che era in turno ha grandissima esperienza. C'è un'inchiesta interna, scattata subito dopo la morte del detenuto che si è ucciso in una cella del penitenziario di Grosseto e c'è un fascicolo aperto in Procura. Ma ci sono anche gli occhi di Maria Cristina Morrone, la direttrice, che si posano sul detenuto che con la scopa sta pulendo il corridoio davanti agli uffici, a pian terreno. Occhi che si bagnano, quando l'uomo dice: "Certo, fuori è meglio ma qui dentro si sta bene".

Quello che è successo la scorsa settimana in via Saffi è stato un evento unico. "Dirigo questo istituto da 18 anni - dice la direttrice Morrone - e mai alcun detenuto era riuscito a compiere un gesto del genere. Non possiamo fare altro che esprimere la nostra vicinanza alla sua famiglia, ma il nostro personale ha fatto tutto il possibile per evitare questa tragedia".

L'uomo, che aveva 47 anni, era arrivato al carcere di via Saffi con l'accusa di maltrattamenti nei confronti dell'ex compagna. Non aveva rispettato il divieto di avvicinamento alla donna e per questo era finito in carcere, dopo l'ennesima lite. Una volta arrivato in via Saffi, dopo l'udienza di convalida dell'arresto, la direttrice insieme al personale della penitenziaria aveva cercato di trovare tutte le soluzioni possibili per aiutarlo. "Abbiamo applicato il protocollo alla lettera - spiega - e abbiamo subito cercato un istituto che potesse accoglierlo, un centro specializzato per chi aveva i suoi problemi". Problemi che sono stati affrontati, nel breve periodo di permanenza del quarantasettenne grazie all'attivazione dell'assistenza psicologica e psichiatrica.

L'uomo era nella sua cella e sembrava che dormisse. Erano le tre del mattino quando l'agente della penitenziaria è passato davanti a quella stanza. "Tra l'altro in turno c'era uno degli agenti con la maggiore esperienza - aggiunge Maria Cristina Morrone - Lo ha visto dormire, dopo un quarto d'ora invece aveva già tentato il suicidio". Non era solo in cella il quarantasettenne: nemmeno l'altro uomo che era con lui si è accorto di quello che stava per succedere. La sua volontà è stata più forte del giro di controllo dell'agente e della presenza di un altro detenuto nella sua cella, a pochi metri di distanza.

Quello che resta dopo quel suicidio è l'amarezza della direttrice e del personale del carcere. "Siamo sopraffatti da un senso di impotenza - dice ancora - ma non avremmo potuto fare altro. Una vita che si interrompe in questo modo è un grande dolore anche per tutti noi che facciamo questo lavoro con grande senso del dovere".

Il Tirreno