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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/10/2016  -  stampato il 06/12/2016


Misure alternative, troppa fiducia a Fabrizio Corona: ora temono gli altri detenuti

Al fotografo dei vip il presidente dell'ufficio di Sorveglianza di Milano aveva riconosciuto tutte le aperture previste dalla legge per tenere fuori dal carcere i tossicodipendenti.

L'arresto di Fabrizio Corona rischia di compromettere il nuovo corso della magistratura di sorveglianza di Milano. Con probabili ripercussioni a livello nazionale.

Le manette ai polsi del fotografo, scattate l'altro giorno su richiesta del pm Ilda Boccassini, mettono seriamente in discussione la "scommessa" fatta personalmente da Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano.

Era il 2015 e Corona aveva già scontato un paio di anni in carcere. Per mezzo dei suoi avvocati aveva chiesto allo Stato l'ultima chance. "Sono un uomo cambiato, voglio uscire di prigione", aveva detto. E Di Rosa, magistrato esperto, già consigliere al Csm, assumendosi una grande responsabilità, lo ammetteva all'affidamento terapeutico. Ci è voluto coraggio e determinazione nel concedere tale misura alternativa alla detenzione in carcere ad un "intemperante" quale Corona, ben sapendo che ciò avrebbe acceso i riflettori sull'istituto dell'affidamento in prova ai servizi sociali.

Nonostante le violazioni degli obblighi, Di Rosa ha voluto dare in questi mesi ancora fiducia a Corona, consentendogli di continuare a fare l'unico mestiere di cui è capace, il testimonial nei locali e nelle discoteche. Con tutte le polemiche del caso, fra l'indignazione generale. Proprio poche settimane fa Corona aveva anche rischiato di tornare in carcere dovendo aggiungere 8 mesi rispetto al precedente cumulo di pene: ma il residuo da scontare era rimasto sotto i 6 anni, limite questo per rimanere in affidamento terapeutico. Così, Corona stava proseguendo nel suo percorso alternativo di espiazione, quello previsto dall'articolo 94 della legge sugli stupefacenti per promuovere il recupero dalla tossicodipendenza. La misura dell'affidamento è possibile se la pena da scontare non supera i 6 anni, se il condannato è tossicodipendente o alcoldipendente, se c'è un idoneo programma di recupero cui il soggetto aderisce presso una comunità terapeutica o presso la propria abitazione con frequenza del Sert. Per Corona si era spesa la Comunità di Don Mazzi.

Il periodo trascorso in affidamento non equivale a detenzione. La pena è scontata in affido ma si estingue solo se si supera positivamente il periodo di prova che equivale alla durata della pena. Se sono state rispettate le prescrizioni, per il Tribunale di Sorveglianza i conti con la giustizia sono chiusi. Se non sono state rispettate le prescrizioni non si riterrà la pena scontata e si ricomincia col carcere.

Corona era in affidamento terapeutico a casa dopo un periodo in comunità; la misura cautelare che lo ha colpito, ha fatto sì che Di Rosa revocasse provvisoriamente l'affidamento. Corona è tornato in carcere non solo per l'ordinanza del Gip di Milano ma anche per la revoca dell'affidamento. Entro 30 giorni il Tribunale di sorveglianza dovrà riunirsi e decidere se revocare definitivamente l'affidamento a Corona o no. Nel caso decida di revocarlo, il Tribunale dovrà anche stabilire se la misura va ritenuta "nulla" fin dall'inizio (e così Corona dovrà ancora scontare tutta la pena dal giorno dell'ammissione all'affidamento in poi) o se revocare solo dall'altro ieri. La fiducia accordata a Corona è stata, dunque, spazzata via. Era una speranza per chi, dentro, in carcere, attendeva l'udienza per andare in affidamento: "Se lo avevano dato a Corona?", ripetevano spesso i detenuti. Oggi, la situazione si è rovesciata e si teme un forte giro di vite, per evitare il ripetersi di situazioni del genere.

Il Dubbio