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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/01/2011  -  stampato il 03/12/2016


Latitante arrestato a Tenerife grazie ad un poliziotto penitenziario.

Salvatore Marino, 50 anni, nipote dello storico boss mafioso di Paceco Girolamo Marino è stato riconosciuto da un agente della polizia penitenziaria italiana in vacanza nell'isola spagnola. Il latitante viveva in un lussuoso residence e a dare l'allarme. Nel 2006 alla periferia di Brescia uccise tre persone per uno 'sgarro'.

E' in cella uno dei responsabili della strage avvenuta in una villetta a Urago Mella, alla periferia di Brescia, dove il 28 agosto del 2006 un'intera famiglia venne sterminata. Marito, moglie e figlio furono legati prima di essere uccisi a colpi di pistola e sgozzati. Una punizione esemplare per punire uno "sgarro". Salvatore Marino, 50 anni, nipote dello storico boss mafioso di Paceco (Trapani) Girolamo Marino, conosciuto con il soprannome di "Mommo 'u nanu per la sua statura, è stato catturato dagli uomini della squadra mobile di Trapani a Tenerife in collaborazione con lo Sco e l'Interpol. E' stato un agente della polizia penitenziaria italiana, in vacanza nell'isola spagnola, a riconoscere il latitante che viveva in un lussuoso residence e a dare l'allarme.Salvatore Marino e il cugino Vito, di 44 anni, imprenditore vitivinicolo e figlio del capomafia, che è tuttora latitante, erano stati condannati all'ergastolo, il 7 giugno scorso, dalla corte d'assise d'appello di Brescia per triplice omicidio. Nella strage furono uccisi l'imprenditore Angelo Cottarelli 56 anni, la moglie Marzenna Topor, una polacca di 41 anni, e il figlio Luca di 16. Il movente della strage sarebbe maturato nell'ambito di una truffa da 12 milioni di euro ai danni della Regione Siciliana e dell'Unione Europea. Un affare già avviato con l'erogazione di 8 milioni per realizzare una cantina nel Trapanese. Cottarelli avrebbe avuto il compito di produrre le false fatturazioni che servivano per gonfiare le spese sostenute per la cantina. Dalle indagini della Guardia di Finanza era emerso che l'imprenditore ucciso gestiva di fatto la Dolma srl, una delle due società bresciane su cui era imperniato il trucco delle fatture gonfiate che coprivano il 90% del finanziamento ottenuto dalla Vigna Verde, di Paceco (Trapani) che aveva avviato l'attività e a cui era destinato il finanziamento.

Ma qualcosa non sarebbe andata per il verso giusto e i Marino avrebbero organizzato una spedizione punitiva finita nel sangue, anche se i giudici della Corte d'assise d'appello hanno escluso la premeditazione. In pratica i due cugini trapanesi non sarebbero venuti a Brescia per uccidere ma un imprevisto li avrebbe indotti a compiere la strage. L'accusa nei confronti di Salvatore e Vito Marino, assolti in primo grado, si è basata anche sulle dichiarazioni di Dino Grusovin, arrestato con loro nella fase iniziale delle indagini. Quest'ultimo aveva poi collaborato con gli inquirenti e le sue dichiarazioni avevano ricoperto un ruolo determinante per ricostruire la strage.

Nel processo d'appello il verdetto nei confronti dei due imputati, che frattanto erano stati scarcerati dopo due anni di custodia cautelare, fu ribaltato. Ma i due cugini, sottoposti agli obblighi della sorveglianza speciale, subito dopo la sentenza si resero irreperibili. Ieri la latitanza di Salvatore Marino si è conclusa davanti agli agenti della squadra mobile di Trapani che da sei mesi gli davano la caccia.

 

Fonte: repubblica.it