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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/03/2011  -  stampato il 03/12/2016


Erika, a 10 anni dal massacro di Novi intravede la libertÓ

Le persone non si cancellano neppure con la morte, restano sempre le tracce. Nel cuore e nella mente di Erika De Nardo ci sono quelle della madre e del fratello che lei stessa ha ucciso, insieme al fidanzato di allora Omar Favaro, con 97 coltellate. Dieci anni esatti domani. Omar, 27 anni, è un uomo libero da un anno. Erika, 26 anni, tra pochi mesi potrebbe lasciare il carcere di Verziano, periferia di Brescia. Il termine della scadenza è la primavera 2012, ma per effetto della buona condotta Erika potrebbe godere della liberazione anticipata. La prova è che da un paio di mesi esce dal carcere quasi tutti i giorni e va in una comunità alloggio. Un luogo protetto, lontano dalla curiosità e dalle attenzioni che potrebbero incidere sul suo recupero. Un luogo per ricominciare a muovere i primi passi da donna libera, con il sostegno degli psicologi e degli operatori del carcere-modello di Verziano. In comunità Erika insegue una vita normale: parla, lavora, cucina come una ragazza qualsiasi. Al riparo dal rischio di essere di nuovo fotografata, com’è accaduto cinque anni fa quando la portarono a un torneo di pallavolo nell’oratorio di Buffalora, nel bresciano. La sua immagine ha molto colpito: bella, alta, i capelli lunghi raccolti in una coda, gli occhiali da sole. «Ha diritto a una vita normale?» è l’interrogativo di molti. «Sì, è una vittima di se stessa che deve reinventarsi» la risposta di altri. Suo padre, l’ingegnere Francesco De Nardo - un uomo che si è fatto da solo e che gode della stima di chi da anni lavora allo stabilimento di Novi Ligure della Pernigotti di cui è un dirigente - non l’ha mai abbandonata. L’ha incontrata una o due volte alla settimana in carcere, prima ai minorile Ferrante Aporti di Torino e il Beccaria di Milano, ora a Brescia. Qui un anno fa ha assistito alla laurea della figlia in filosofia, con una tesi da 110 e lode su «Socrate e la ricerca della verità negli scritti platonici». Quella verità che la sera del 21 febbraio 2001 Erika e Omar cercarono di nascondere inscenando la pista degli albanesi. Quella verità che entrambi hanno cercato di «elaborare» nelle lunghe sedute di psicoterapia dietro le sbarre. «È sempre mia figlia», l’unico commento che Francesco De Nardo si sia mai lasciato scappare. 

Per il resto è una sfinge, un padre che vuole proteggere e aiutare l’unico pezzo della famiglia che gli è rimasto. Un solo punto fisso in un’esistenza sconvolta da un dolore troppo grande da raccontare. Ai funerali della moglie Susy Cassini, 42 anni, e del figlio Gianluca, 12 anni, fece preparare due corone di fiori: «Da tuo marito e tua figlia», «Da tuo padre e tua sorella». Mentre quella figlia, quella sorella era già in carcere, arrestata dai carabinieri che avevano messo i microfoni e le telecamere nella sala d’aspetto della caserma: filmarono Erika che mimava le coltellate. I giudici hanno scritto: «Due omicidi che per l’efferatezza, per il contesto, per la personalità degli autori e per l’apparente assenza di un comprensibile movente, si pongono come uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria del nostro Paese». Sono passati dieci anni. «Erika è cambiata, è maturata ed è cresciuta anche emotivamente - dice un’educatrice del carcere di Brescia, che chiede l’anonimato -. Sono migliorati anche i rapporti con le compagne che all’inizio la sopportavano poco per la sua notorietà e per la sua riservatezza. “Principessa” è l’unico nomignolo affettuoso che le avevano attribuito, sugli altri è meglio tacere. L’esperienza nella comunità è la conferma dei progressi. Nel 2006, dopo un anno che si trovava a Verziano, le fu vietata la libertà condizionale perché secondo il giudice non appariva “ravveduta"». Il professor Carlo Alberto Romano, docente di Criminologia all’Università degli Studi di Brescia, presidente dell’Associazione «Carcere e Territorio» della città, ha seguito Erika negli studi universitari. «Ma non voglio dire nulla - esordisce - a parte il fatto che è stata molto brava e che ha dimostrato una buona capacità di studio. Spero solo che la sovraesposizione mediatica non le faccia male e non incida troppo sulle sue aspettative per il futuro». Prima dei permessi per recarsi in comunità, Erika lavorava in carcere, alla cooperativa «Carpe diem». La presidente Lidia Copeta non vuole parlarne se non per ribadire la buona volontà della ragazza «al pari di tante altre che assemblavano pezzi di rubinetteria o di plastica in cambio di un compenso». 

Il carcere di Verziano, costruito 25 anni fa, è un edificio basso verde oliva, con bagni e tv in ogni cella, colori vivaci alle pareti, polo universitario, 150 detenuti divisi tra maschi e femmine, laboratori, campo di calcio e di pallavolo. Erika ogni sabato pomeriggio, dopo aver visto il padre, partecipa alle partite di volley. Le stesse a cui giocava un’altra giovane che, come Erika, ha ucciso all’età di 16 anni. Una delle tre ragazze di Chiavenna che nel giugno 2000 assassinarono suor Maria Laura Mainetti, con 19 coltellate, come sacrificio offerto a Satana. «Erika è una ragazza come tante altre che si sta impegnando verso una nuova vita - dice Alberto Saldi, responsabile dello sport e delle attività ricreative in carcere a cura della Uisp di Brescia -. Per la festa della donna abbiamo previsto un concerto. Durante quello dell’anno scorso Erika ballava timidamente insieme alle compagne, al ritmo rock del duo musicale che presta volontariato». La musica rock. La sera di dieci anni fa, nella villetta di Novi Ligure, Erika alzò il volume dello stereo al massimo. Per coprire le urla di sua madre e suo fratello.

Fonte: lastampa