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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/05/2011  -  stampato il 02/12/2016


Detenute della sezione femminile tentano gravidanza artificiale utilizzando liquido seminale lanciato dentro le celle da detenuti maschi durante l’ora d’aria.

Cercano di rimanere incinte pur di uscire dal carcere. E' quanto e' accaduto al Coroneo di Trieste, uno dei pochi istituti penitenziari in Italia dove la sezione femminile e quella maschile sono ospitate nello stesso edificio. Le detenute hanno messo a punto un curioso stratagemma per tentare di diventare mamme. Del caso sono stati informati la Procura della Repubblica e il Tribunale di Sorveglianza di Trieste. Lo riporta il 'Piccolo'. La segnalazione inoltrata dall'amministrazione penitenziaria racconta di come le recluse nella casa circondariale triestina abbiano tentato piu' volte di introdurre nel loro corpo il liquido seminale di altri detenuti sperando di restare incinte e di uscire quindi dal Coroneo usufruendo delle misure alternative alla detenzione riservate alle donne in attesa di un bambino. Lo scambio si concretizza durante l'ora d'aria. Tra uomini e donne all'interno del Coroneo non avvengono mai contatti diretti. Possono pero' comunicare dalle finestre che si affacciano sullo stesso cortile. Due punti di contatto che non sono passati inosservati alle recluse che, hanno tentato piu' volte di praticare una "casereccia" inseminazione artificiale.

Se l'inseminazione 'casereccia' tentata nel penitenziario Coroneo  di Trieste viene eseguita nel migliore dei modi possibili, "le percentuali  di successo", dunque le possibilita' per le detenute di restare incinta,"possono aggirarsi attorno al 30-40%", avvicinandosi "ai numeri di un rapporto sessuale normale". A spiegarlo e' Claudio Giorlandino, ginecologo e presidente della Societa' italiana di diagnosi  prenatale e medicina materno fetale (Sidip). I fattori da prendere in considerazione, quando lo scambio del liquido seminale avviene dalle finestre del carcere, "sono molteplici". Ma se tutto viene fatto nel migliore dei modi possibili "si possono raggiungere i migliori risultati". E cosi' restare incinta, per lasciarsi alle spalle le sbarre del Coroneo usufruendo delle misure alternative alla detenzione riservate alle donne in attesa di un bambino. E' importante tuttavia tenere in debita considerazione "l'eta' del donatore del liquido seminale, la conservazione del seme e il tempo che trascorre dal momento dell'estrazione a quella dell'impianto". Senza dimenticare il versante femminile, dunque "l'eta' della detenuta, i giorni in cui si tenta di restare incinta e la modalita' con cui il seme viene inserito".
"L'uomo e' fertile lungo tutto il corso della vita - spiega l'esperto - ma l'apice si raggiunge attorno ai 20 anni. Comunque, tra i 20 e i 45 anni non dovrebbero esserci problemi, anche se scegliere un donatore giovane migliora le possibilita' di successo". Una volta prodotto, poi, e' importante che il liquido seminale venga inserito in vagina "entro le 2-3 ore, senza superare le 6". Inoltre il seme viene raccolto con mezzi di fortuna, solitamente un guanto stando alle notizie riportate dalla stampa sul caso di Trieste, "e non dobbiamo dimenticare - ricorda Giorlandino - che ci sono delle sostanze tossiche che finiscono per ridurre e ostacolare il rendimento" del liquido raccolto. Quanto alle detenute che ambiscono a restare incinta, "molto dipende dall'eta' - sottolinea l'esperto - perche' dopo i 30 anni la fertilita' per lei si
abbassa considerevolmente". Per riuscire nell''impresa', inoltre, "bisogna individuare i giorni migliori, ovvero quando la donna sta per ovulare".
A questo punto e' la tecnica adottata, per quanto 'casereccia', a far la differenza. "Per avere la piu' alta percentuale di successo, per intenderci quella paragonabile a un rapporto sessuale completo - precisa Giorlandino - andrebbe usata una siringa per arrivare vicino al collo dell'utero. Sarebbero perfetti anche quegli stantuffi che vengono utilizzati per le lavande vaginali, e che le detenute potrebbero aver messo da parte proprio con l'obiettivo di usarli per questo fine". Ma attenzione, avverte l'esperto, la scelta di usare questo 'escamotage' per allontanarsi dal carcere puo' costare anche molto cara. "Il liquido seminale - ricorda - puo' trasmettere tutte quelle infezioni che transitano attraverso di esso, compreso Hiv (anche se in misura minore rispetto a un rapporto normale), nonche' la clamidia, micoplasma, ecc.".
Rischi che lievitano considerando che nella popolazione detenuta l'incidenza di queste patologie e' di gran lunga piu' alta rispetto a quella registrata tra chi vive fuori dalle sbarre.
 
 
Tutto e' nato dal ritrovamento di una lettera indirizzata da una detenuta al suo uomo, a sua volta incarcerato nella casa circondariale di Trieste, il Coroneo, nella quale la giovane dava istruzioni per farsi inseminare tra le sbarre, spiegando che la pratica aveva avuto gia' successo altrove. Il direttore del carcere, Enrico Sbriglia, ora in aspettativa perche' candidato alle amministrative, non conferma ne' smentisce, ma ironizza: "Se fosse nato qualche bambino, lo avrei chiamato Libero o Libera". Insomma, la faccenda e' proprio vera. E' trapelata solo ora ma risale a qualche mese fa e Sbriglia, all'epoca, lo ha riferito ai superiori gerarchici e alla magistratura di sorveglianza. Non alla Procura, perche' un reato non parrebbe esserci. In pratica, le detenute facevano cosi': da dietro le sbarre facevano capire al prescelto cosa volevano. Poi, quando la giovane andava in cortile per l'ora d'aria, il detenuto lanciava il pacchetto, mentre gli agenti della polizia penitenziaria destinati alla sorveglianza venivano distratti. In quanto ai particolari tecnici, il seme era infilato in un guanto di lattice, di quelli usati nella cucina e nella lavanderia del Coroneo. Ricevuto il pacchetto, la destinataria con una scusa chiedeva di andare urgentemente in bagno. Pare che per l'inseminazione 'fai da te' le donne usassero, al posto delle siringhe, le cannule delle penne
smontate. La pratica, ribadisce Sbriglia, non e' un reato. "Non c'e' reato -spiega- nell'affacciarsi alle finestre o nel dedicarsi a pratiche onanistiche. Il reato potrebbe essere quello che, se un detenuto e' sieropositivo, rischia di mettere in pericolo la salute della donna.
Potrebbe starci l'imbrattamento -prosegue Sbriglia- se durante l'iter imbrattano".
La vicenda era ormai divenuta il segreto di Pulcinella nel mondo che ruota intorno al carcere e correva di bocca in bocca tra gli operatori. Ma il problema non e' ancora stato risolto. Certo, la polizia penitenziaria e' piu' che mai all'erta, ma per risolvere definitivamente la questione, bisognerebbe impedire che le detenute si affaccino alle finestre, o che facciano un gesto con la mano ai maschi e infine ai detenuti di atti di onanismo. Ma non c'e' nessuna legge o norma carceraria che lo consenta. Anzi, non e' stato nemmeno possibile apporre "delle griglie a magli strette alle finestre per impedire il lancio dei contenitori -racconta Sbriglia- sia per mancanza di risorse sia perche' alcune normative non lo consentono perche' grate tipo zanzariere non permetterebbero il ricambio d'aria".
L'unica soluzione sarebbe che il carcere non permettesse nemmeno il contatto visivo tra maschi e femmine. Insomma, fantascienza, fintanto che la struttura architettonica del Coroneo ospita sezione femminile e maschile.
Attualmente, le donne dietro le sbarre sono a Trieste circa 35 e in genere sono molto giovani, quindi in grado di rimanere incinta. Di regola, le giovani non scontano piu' di 5 anni di detenzione. La pratica dell'inseminazione casalinga nasce dal desiderio dei permessi dei quali possono fruire le detenute madri. Di fatto, il bizzarro e ingegnoso procedimento finora non ha prodotto alcun bebe' e sembra sia stato tentato da ragazze con legami affettivi con compagni a loro volta dietro le sbarre o con i quali avevano un legame di simpatia costruito attraverso lettere e saluti, "come accade al liceo", scherza Sbriglia.