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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/06/2011  -  stampato il 10/12/2016


Padre, poliziotto e infiltrato tra gli orrori della pedofilia

Genova - «Se dopo aver visto le immagini di bambini in fasce torturati a morte per il piacere sessuale di pazzi deviati riesci ancora a dormire. Se dopo aver finto di condividere certe passioni per incastrare uno di questi mostri ignobili riesci anche a passare una notte non tormentata dagli incubi, allora quello che dormi è davvero il sonno dei giusti. Ma in generale non è per niente facile addormentarsi quando lavori sotto copertura a caccia di pedofili».

Quarant’anni, due figli, nervi e stomaco d’acciaio che convivono con una grande sensibilità. È l’identikit, volutamente stringato, di uno dei più esperti poliziotti della squadra anti pedopornografia della polizia postale di Genova. . Per capirsi, materiale che ritrae adulti che abusano di bambini da zero a 12 anni.

Ci vuole un bello stomaco per fare l’infiltrato tra i pedofili.

«Si. E non solo quello. Servono anche nervi d’acciaio e molto studio, anche di te stesso, alle spalle. La cosa più importante è essere pronti a cogliere i segnali che la psiche ti manda quando stai per andare fuori di testa a furia di rimestare nel torbido. E a quel punto sapersi prendere una pausa».

Ma come, nessuno vi controlla?

«Esiste un ufficio che si chiama Uaci, acronimo di Unità analisi crimine informatico: oltre a eseguire le statistiche dei reati commessi e scoperti in rete, hanno un’equipe di psicologi pronta a intervenire in caso di problemi del personale».

E funziona?

«Si, ma è a livello centrale, a Roma. Quindi in genere entra in scena quando si verificano problemi gravi».

Quindi non c’è prevenzione a livello centrale? Non ci sono regole che impongano, magari, di lavorare per un certo numero di anni e non di più in modo da ridurre i rischi?

«No, anche perché più si lavora in un campo e più ci si specializza. Quindi, se una persona funziona e regge lo stress, sarebbe un peccato trasferirla. Ma è chiaro che i responsabili degli uffici sono molto attenti a ogni segnale di anomalia. Gli stessi operatori, sono formati, e in questo caso sì con corsi di aggiornamento frequenti, a individuare le falle del sistema nervoso. Spesso sono gli stessi operatori a chiederti di andare via quando non ce la fanno più a sopportare più tanto orrore. Perché davvero di orrore si tratta».

Quali sono i problemi più comuni?

«I pensieri intrusivi che non ti permettono di staccare mai completamente da quello che stai facendo, e i problemi legati alla sfera sessuale».

Spieghi di più.

«I pensieri intrusivi sono quelle immagini che ti tornano in mente anche nei periodi di riposo. Sei sulla spiaggia con moglie e figli e ti torna in mente l’immagine atroce di un bambino torturato o abusato che piange. Dopo è difficile tornare allo stato d’animo di tranquillità, può rovinarti una giornata. Peggio ancora, si rischiano variazioni della libido. Veri e propri crolli del desiderio, cosa che ti può cambiare la vita, far naufragare le relazioni. Insomma, non è semplice».

Lei ha mai dei crolli?

«Mi capitano spesso i pensieri intrusivi, ma mi succedeva anche dopo aver visto i morti. Ad esempio non riesco a togliermi dalla testa il viso di un uomo che tortura a morte un bambino in una sorta di villaggio siberiano. Sono certo che in qualunque momento in qualunque posto lo vedessi, lo riconoscerei».

Cosa le permette di andare avanti in un lavoro tanto difficile?

«Salvare delle giovani vittime, a volte ci riusciamo, e naturalmente stanare i colpevoli e mandarli al fresco. Ma prima di tutto salvare i ragazzini e le ragazzine, magari un momento prima che vengano adescati. Questo non ha prezzo».

Come si fa, come funziona il lavoro sotto copertura?

«Ci sono diversi metodi, quello emotivamente meno stressante è tracciare, ovvero seguire i file pedopornografici che in certi casi immetti tu stesso nella rete. Purtroppo abbiamo tonnellate di materiale archiviato e qualche volta lo pubblichiamo in rete per seguire il percorso che fa: scoprire chi lo guarda, chi lo scarica, chi lo passa agli amici delle community di consumatori di pedopornografia».

E poi c’è il lavoro di infiltrato vero e proprio. Come va questo?

«Anche qui, puoi fingerti vittima o pedofilo. Vittima è complicato perché spesso chi aggancia ragazzine e ragazzini in rete usa la web cam per vedere con chi parlano, per chiedere spettacolini hard: sono cose che le ragazzine fanno, magari in cambio di una ricarica al cellulare, perché si sentono protetti dallo schermo del pc. Farlo per finta, sotto copertura, è complicato: per capirci, non puoi usare un filmato perché magari la persona dall’altra parte ti chiede di fare una cosa che nel filmato non c’è».

Fingersi un pedofilo, invece, come ci riesce?

«Ti devi mettere al loro livello, anche questo non è facile, anche entrare nelle menti dei criminali è rischioso. Ma è il tipo di lavoro che porta più frutti. Chiedi di vedere che cos’hanno da mostrare, e il primo file che ti arriva non è solo un pugno nello stomaco perché sicuramente mostra qualche cosa di atroce: è anche il primo passo per incastrare questi bastardi. Tu allora trattieni la rabbia, ringrazi, dici anche che bello. Ma intanto, dentro, sai che il cerchio si sta stringendo intorno a un mostro».