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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/06/2011  -  stampato il 10/12/2016


Dentro una gabbia......

Quello che sto per raccontarvi è la storia di una ragazza che chiamerò Giada per la privacy e della sua vita passata tra le mura di un carcere.
Giada oggi è una donna di 40 anni, che si lascia alle spalle però un passato da dimenticare ed in qualche maniera ora ha deciso di raccontarsi e urlare così anche la rabbia per una vita che nessuno le ridarà. Ha vissuto per ben diciassette anni in un super carcere di massima sicurezza, perché suo padre era il comandante della polizia penitenziaria.
Oggi riesce a raccontare una vita passata nell’inferno, ma nonostante siano trascorsi parecchi anni da quel periodo, leggo ancora nei suoi occhi, la sofferenza di una vita passata in carcere.
Quelli per Giada sono stati anni difficili, era il periodo delle brigate rosse ed era costretta quindi a vivere sotto scorta tutto il giorno.
Era brutto per lei in alcune occasioni come quando si recava a scuola, essere guardata dai compagni come una persona “strana – diversa”, solo perché era sempre accompagnata dagli agenti.
In quel carcere dove ha vissuto la sua vita per molti anni, sono entrati i peggiori pentiti, i grandi camorristi e i mafiosi più spietati è tutto questo visto con gli occhi di una bambina acquista un altro valore.
Parla di suo padre come un grande uomo che ha sempre svolto il suo lavoro con onestà, dignità e compostezza pur sapendo i rischi che correva, lei lo vedeva come un eroe in mezzo a tanta gente cattiva.
E’ difficile ancora oggi poter descrivere fino in fondo tutte quelle giornate passate chiusa in quella caserma dove avevano le abitazioni le famiglia del Comandante e del Direttore.
Viveva nella paura che in ogni istante potesse accadere sempre qualcosa di brutto, persino quando vide arrivare Renato Vallanzasca, meglio conosciuto come il bel renè, sembrava la fine del mondo.
Elicotteri, carri armati, polizia, carabinieri, il carcere era circondato da una migliaia di persone solo per lui e lei Giada osservava tutto dalla sua finestra della camera.
Una vita dura che può essere sicuramente capita solo da chi la vive in pieno, come l’ha vissuta lei.
Rammenta ancora con gli occhi lucidi l’episodio che accadde un giorno, quando una sera ci fu una grossa rivolta e la mattina dopo, Giada si svegliò ed aprendo la finestra della sua camera vide che c’erano tre bare allineate.
Era stata una notte di sangue e paura che difficilmente cancellerà dalla sua mente…frammenti di una vita che resteranno dentro di lei indelebili.
Le urla, la violenza dei detenuti, che le fecero vivere attimi di vero terrore, quando il solo rumore che udiva erano i manganelli che usavano gli agenti per difendersi.
Un’ altra sera racconta invece che mentre stava rientrando a casa con suo padre e l’agente della scorta, un carabiniere da lontano gli sparò poiché a causa della fitta nebbia non li aveva riconosciuti.
Vide la morte in faccia… quella paura che non passava mai, quel proiettile che le passò accanto senza fortunatamente sfiorarla.
Momenti di vero terrore, quelli vissuti in quella caserma dove si viveva sempre sul chi va là, le sirene, le pistole, quei carabinieri dalle facce pulite…
Oggi riesce a raccontare a liberarsi, ma non è stato certo facile per Giada vivere giorno dopo giorno sotto scorta, sentirsi veramente sola anche in mezzo a tante persone.
Si sentiva chiusa, soffocata da un male chiamato “crimine” che non si placava mai.
Oggi Giada vive una vita normale, ogni volta però che passa davanti a quel carcere, ritornano in mente i ricordi di una adolescenza che ha lasciato lì, mai vissuta e che nessuno le ridarà.
Queste parole oggi rimbombano come grida di rabbia per non aver avuto una vita tranquilla come molte ragazze, per non avere avuto delle amiche perché per loro era ragazza diversa, porterà dentro di sé le urla dei detenuti quando facevano le rivolte, i manganelli che gli agenti usavano per fare rumore sulle sbarre.
Ha odiato quella vita ed il giorno in cui è rimasta senza scorta perché suo padre andò in pensione, aveva paura di tutto, non era più abituata a quella libertà che aveva tanto cercato, ed a diciotto anni si ritrovò a dover ricominciare tutto da capo senza più accanto i suoi angeli custodi come li chiamava lei e non è stato facile camminare da sola.
E tutto questo oggi rimane solo un ricordo che non morirà mai…

di Luca Frongia