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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 23/06/2011  -  stampato il 05/12/2016


Burnout e stress negli operatori di polizia

Introdotta dapprima negli Stati Uniti, la problematica relativa al burn-out è emersa progressivamente anche in Italia ove sembra coinvolgere molti operatori in diversi settori lavorativi, tra cui gli operatori di polizia.

Si tratta in genere di una situazione da tenere presente e da prevenire, correlata a un determinato tipo di lavoro (Volpi, Ghirelli, Contesini, 1993).
Diverse ricerche hanno evidenziato come nelle condizioni lavorative dei poliziotti siano riscontrabili gli stessi sintomi tipici del burnout già rilevati in altre professioni (Burke, Ddezca, 1988; Burke, Shearer, Dezca, 1984); in particolare, nella fase centrale della carriera lavorativa, sembra possibile che questi operatori sperimentino maggiori livelli di burnout psicologico, verosimilmente correlato a processi di idealizzazione e successiva disillusione rispetto alle aspettative personali investite nell’istituzione di appartenenza. Ma vediamo in dettaglio di cosa si tratta.

Il burnout psicologico è stato definito come una sindrome caratterizzata da tre dimensioni indipendenti (Maslach, 1982):

l’esaurimento emotivo, in cui si ha la sensazione di svuotamento delle proprie energie e risorse emotive, con un senso di sfinimento, logoramento che questi operatori sembrano sperimentare, in seguito al sovraccarico emozionale dovuto al continuo contatto con l’utente;
•la depersonalizzazione, ossia uno svilimento psichico della individualità degli utenti, nella quale compaiono atteggiamenti negativi e spesso cinici verso gli stessi, dando origine ad un agire freddo, meccanico e distaccato da parte di questi operatori;
•la ridotta realizzazione personale, relativa ad una diminuzione del proprio senso di competenza ed efficacia professionale, comportando un sentimento di inadeguatezza sia verso se stessi che verso la prestazione per coloro che fruiscono del servizio.

Tale definizione è centrata sulla relazione operatore-utente come elemento chiave di lettura ove si presenta un contatto diretto e costante con le persone e i loro problemi, che richiede un impegno emotivo molto elevato, e che rappresenta l’esempio più tipico di lavoro ad alto stress professionale come nelle cosiddette “helping professions”.

I problemi sorgono nel momento in cui l’operatore inizia a vivere uno scompenso tra risorse disponibili e richieste situazionali che avverte superiori alle proprie energie, ove un’alta motivazione dello stesso sembra fare da sfondo alle delusioni maggiormente frequenti.
Sarebbero gli operatori idealisti e decisi a cambiare il mondo, i più esposti a pericoli di esaurimento.
I sintomi che annunciano la comparsa di burnout sono sia somatici che psicologici: senso costante di affaticamento, insonnia, incubi, problemi gastrointestinali, frequenti mal di testa, ulcera, sono alcuni dei sintomi fisici; depressione ansia ossessioni e fobie, atteggiamento negativo verso se stessi, il lavoro e gli altri, cinismo, alienazione ed altri sintomi, fanno parte del versante psicologico.
Il deterioramento del benessere fisico e psicologico e delle relazioni sul lavoro e al di fuori di questo sono, spesso, associati e presenti nell’esaurimento emozionale e nel cinismo conseguente al burnout.

Perlman e Hartman (1982), raccogliendo i dati emergenti dalla letteratura dei primi 10 anni di ricerca, concludono che per sindrome del burnout si debba intendere una risposta ad uno stress emozionale cronico caratterizzata da tre componenti principali:

a) esaurimento emotivo;
b) ridotta produttività nel lavoro;
c) deterioramento della relazione con l’utente.

Distanziarsi emotivamente diviene una vera e propria necessità per poter continuare a lavorare nel settore in cui si è impegnati.
Cherniss (1989) evidenzia la necessità di portare l’analisi del burnout sia ad un livello individuale che organizzativo e socio-culturale, che potremmo dire sistemico, al fine di comprenderne l’eziologia ed evidenziarne la struttura multi-dimensionale.
Sovraccarico emozionale e conseguenti sensazioni di esaurimento producono squilibrio tra eccessivo distacco e troppo coinvolgimento, generando nell’operatore una risposta indifferente e impersonale. A questo si aggiunge un senso di fallimento professionale con ripercussioni nel sentimento personale di efficacia.

Se consideriamo in una veduta d’insieme il lavoro di polizia e guardiamo alla ricerca di quelli che sono i più elevati stressors al fine di comprendere la molteplicità dei fattori in gioco, troviamo:

• L’uccidere qualcuno nel corso del servizio.
• La mancanza di appoggio del dipartimento/comando.
• Lavoro a turni e conseguente disgregazione del tempo familiare e delle consuetudini annesse.
• La fatica quotidiana di trattare con le persone, e il fattore relazionale.
Quella dei poliziotti sembra essere, infatti, una delle categorie professionali più sottoposte a stress e più facilmente vittima di disturbi psicosomatici e psicologici (Vulcano, e al., 1984; Goodman, 1990).

L’operatore di Polizia è esposto a specifiche condizioni stressanti quali, mancanza di rispetto da parte della gente, eccessivo lavoro burocratico, contatti con le persone a volte negativi e tendenti alla critica, turni di lavoro, minacce di violenza e ovviamente la natura gerarchica della struttura burocratica (Greller e Parsons, 1988). Turni di lavoro, orari irregolari e rischi per la propria vita sono solo alcuni dei motivi che inducono un alto numero di poliziotti a prendere la decisione di abbandonare il proprio lavoro (Kraes, 1976; Burke, e al. 1993; Golombiewski, et al. 1988).

Ellison e Genz valutando gli aspetti del lavoro di polizia contribuenti al burnout affermano che sono particolarmente vulnerabili i poliziotti di pattuglia che devono affrontare contemporaneamente troppi casi che richiedono capacità contrastanti; riferiscono inoltre che lo stress di estremo grado sia provocato dall’uccisione o ferimento di un collega o dai casi di violenza sui bambini (Ellison, Genz, 1978).
Alcuni autori come la Maslach evidenziano, comunque, come il burnout si possa comprendere ed affrontare meglio ponendolo in termini di fonti situazionali di stress legate all’organizzazione.

I fattori di stress identificati come rilevanti nel lavoro di polizia sono (Territo e Vetter, 1981; Reese; 1986; Aron, 1992):

•le caratteristiche organizzative del lavoro;
•il rapporto con il pubblico;
•rapporto con il sistema giudiziario;
•fattori specifici dell’attività di polizia (violenza, pericolo, ecc.).

Questi fattori stressanti sono stati suddivisi fondamentalmente in due categorie (Spielberger, Westberry, Grier, Grienfield, 1981; Martelli, Waters e Martelli, 1989):

1. modalità organizzativo-burocratiche imposte dal dipartimento;

2. fattori di stress relativi specificatamente all’attività di polizia.

Viene inoltre indicato il “modello militare” del lavoro di polizia come il maggiore fattore istituzionale che contribuisce al burnout (Ellison, Genz, 1978).

Infine, come risultato degli aspetti stressanti del pattugliamento e di altre mansioni, si possono evidenziare una serie di sintomi e reazioni (Hills, Norvell, 1991), comprendenti:

•deterioramento delle prestazioni di lavoro (assenteismo, morale basso);
•condizioni psicologiche negative (burnout emozionale, frustrazione, depressione, rabbia;
•condizioni psicosomatiche e fisiche (mal di testa, ulcera ecc.).
Alcuni studi ci indicano che gli operatori di polizia vivono spesso un deterioramento delle relazioni familiari quando afflitti da più alti livelli di burnout: ulteriore elemento che va ad appesantire il vissuto esperito, perdendo spesso la famiglia il suo valore potenzialmente protettivo.
Ma in maniera più estesa possiamo dire che i poliziotti incontrano maggiori difficoltà nell’esprimere le emozioni e il malessere psichico, relativi ai loro vissuti, dovendo impersonare un “ruolo” che non consente (almeno nell’immaginario) tale vulnerabilità. E’ stato suggerito, ad esempio, che i poliziotti utilizzino l’umorismo per nascondere i sentimenti ai loro colleghi.

Misure di gestione dello stress e di prevenzione del burnout, attraverso l’attuazione di programmi e strategie di intervento, agiti su aspetti sia organizzativi che individuali, potrebbe essere di grande beneficio, sia, per il benessere di questi operatori, sia, per l’ istituzione e le sue funzioni, verso un sinergico obiettivo comune.
Si è visto, a questo proposito, che il burnout ha un andamento inversamente proporzionale all’aggiornamento, all’esperienza acquisita, al tempo trascorso dall’ultimo corso di formazione
(Leiter, 1988).
La complessità dei fattori in gioco, tuttavia, richiederebbe un intervento su differenti livelli: individuale, interpersonale, organizzativo, sociale; solo un approccio integrato su tutti i livelli, potrebbe dare risultati di rilievo e duraturi, con beneficio certo per l’intera collettività