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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/07/2011  -  stampato il 06/12/2016


Alfano, un ministro part-time

La nomina di Angelino Alfano a segretario del Popolo della libertà può essere diversamente interpretata. A seconda di ciò che si pensa sul destino dei partiti personalistici o carismatici. Se si ritiene che quei partiti siano sempre condannati a seguire la parabola dei loro leader fondatori, talché al declino politico del leader debba necessariamente seguire la disgregazione del partito, allora quella nomina può essere liquidata come una operazione-maquillage, il disperato tentativo di un vecchio capo in difficoltà di gettare un po' di fumo negli occhi dell'opinione pubblica. Se invece si pensa che quei partiti possano, qualche volta, sopravvivere al declino dei fondatori, allora il giudizio sarà diverso: si potrà ipotizzare l'inizio di una nuova fase, immaginare che sia in atto un tentativo di scongiurare la disgregazione dell'organismo politico favorendo una successione morbida, non traumatica, della leadership. Come ha scritto giustamente Stefano Folli sul Sole 24 Ore di ieri, la storia ha, in genere, più fantasia di noi, è sempre in grado di sorprenderci. L'esito non è scontato, né in un senso né nell'altro.

Alfano deve fronteggiare difficoltà di vario ordine: su alcune può esercitare un certo controllo (nel senso che la sua azione può avere conseguenze decisive), su altre no. Le difficoltà riguardano il rapporto con Berlusconi, il rapporto con i maggiorenti del partito, e, infine, il rapporto con le forze politiche esterne, alleati e potenziali alleati.

La nomina di Alfano significa che Berlusconi ha finalmente capito che solo predisponendo le condizioni per la successione potrà forse salvare la propria creatura politica. Non era scontato che lo capisse. Va a merito della sua intelligenza politica. Si tratta di vedere se saprà anche accettare che Alfano si conquisti quella, sia pure parziale, autonomia che sola può dare autorevolezza e forza al suo nuovo ruolo. Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente, ma è la principale sfida che il neosegretario ha di fronte: conquistare sul campo autonomia senza entrare in rotta di collisione con il leader-fondatore.

La seconda difficoltà riguarda il rapporto con i maggiorenti del partito. Lo hanno applaudito e acclamato ma è ovvio, e anche del tutto naturale, che cerchino di condizionarlo. Quanto più ci riusciranno, tanto meno efficace sarà la sua azione. Qui il problema di Alfano è riuscire a imporre un armistizio, la fine di quella guerra di tutti contro tutti che esplose ben prima delle recenti sconfitte (nelle amministrative e nei referendum) ma che da quelle sconfitte è stata ulteriormente esasperata. Qualcuno potrebbe sostenere che Alfano otterrà una certa autonomia (da Berlusconi) e riuscirà anche a imporsi sui maggiorenti del partito solo se riconquisterà quegli elettori che se ne sono allontanati, solo se riuscirà a dimostrare che il rapporto fra il partito e il suo elettorato non è definitivamente compromesso. Ma, in realtà, su questo aspetto, Alfano può ben poco. Che gli elettori delusi ritornino oppure no non dipende da lui, dipende da ciò che farà il governo da ora alla fine della legislatura.

Il terzo fronte riguarda il rapporto con le altre forze politiche. Alfano deve impedire che si allarghino le crepe nel rapporto con la Lega e, contemporaneamente, deve cercare il massimo possibile di convergenza con il cosiddetto terzo polo e, soprattutto, con il suo leader di maggiore peso, Pier Ferdinando Casini. Su questo terreno la maggiore insidia per lui è data dai movimenti in atto tesi a far saltare il bipolarismo. Coloro che identificano il bipolarismo con il berlusconismo pensano che al declino del secondo debba anche corrispondere la fine del primo. Ma il problema per Alfano è che se salta il bipolarismo salta anche il Pdl. Se non contrasterà le manovre volte a spazzare via l'assetto bipolare allora sì che darà ragione a chi lo vede come una specie di esecutore testamentario del partito. Difficilmente Alfano potrà quindi esimersi, nei prossimi mesi, dall'avanzare una seria proposta di riforma elettorale che sia volta a mettere in sicurezza il bipolarismo. Conciliare tale proposta con la ricerca di convergenze con i potenziali alleati sarà il (difficilissimo) compito che egli dovrà comunque assumersi. Non dimentichi il precedente gollista. Il partito gollista, un puro partito carismatico, sopravvisse all'uscita di scena del suo fondatore anche grazie alle caratteristiche delle istituzioni politiche della Quinta Repubblica. In Italia una grande riforma delle istituzioni è esclusa. Resta però la legge elettorale e sarà quello il terreno su cui il Pdl giocherà, almeno in parte, le sue future chances di sopravvivenza.

Chi spera che il possibile declino di Berlusconi porti con sé anche la disgregazione del Pdl e, per conseguenza, dell'intero centrodestra, e buona notte al secchio, non è in possesso, diciamolo, di irreprensibili credenziali democratiche. Dal momento che alla democrazia italiana servono, e serviranno anche in futuro, sia un grande partito di sinistra che un grande partito di destra. Per questo, il difficile tentativo di Alfano va seguito con interesse.