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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/07/2011  -  stampato il 09/12/2016


Ucciso 29 anni fa, nessun risarcimento per la famiglia

Riapertura delle indagini in modo da poter far luce sull'orribile omicidio compiuto con modalità prettamente mafiose e giungere alla possibile individuazione dei killer e dei mandanti dell'efferato delitto, oltre che a una giusta seppur tardiva considerazione da parte dello Stato. Ad avanzare, sia verbalmente, sia con apposite e dettagliate missive trasmesse alle autorità di governo competenti le specifiche richieste sono stati Rocco Ceratti e Iolanda Corso, di Bianco, rispettivamente figlio e moglie di Stefano Adolfo Ceratti, l'agente della polizia penitenziaria barbaramente ucciso la sera del 30 luglio del 1982.
L'agguato, quella sera calda e afosa dell'estate '82, scattò davanti all'abitazione della vittima. Contro l'agente della polizia penitenziaria, appena uscito di casa con al guinzaglio il proprio cane, i killer, appostati nelle vicinanze e sfruttando la perfetta conoscenza delle abitudini serali della vittima, aprirono il fuoco all'impazzata. Diversi, infatti, furono i colpi di fucile da caccia caricato a pallettoni e di pistola di grosso calibro esplosi contro Ceratti, che crivellato dal piombo non ebbe scampo e morì nel giro di una manciata di minuti senza riuscire a chiedere aiuto.
Un omicidio, quindi, brutale e feroce, e portato a compimento con modalità tipicamente mafiose.
Prima di essere assassinato Stefano Adolfo Ceratti, sposato e padre di sette figli, mai alcun problema con la giustizia, era stato per molti anni dipendente statale in qualità di agente della polizia penitenziaria (prima a Sciacca, in provincia di Agrigento, e in seguito a Locri) per poi ricoprire il ruolo di guardia campestre nel comune di Caraffa del Bianco.
«A distanza di poco più di un paio d'anni dall'omicidio di mio padre – ha dichiarato il figlio della vittima, Rocco Ceratti, stimato e noto professionista – gli organi inquirenti, per quanto di nostra conoscenza, hanno chiuso le indagini senza trovare i colpevoli o i mandanti dell'omicidio e senza neppure rivolgere ai familiari (moglie e 7 figli) alcuna comunicazione, né una qualsiasi rassicurazione in merito alla possibile prosecuzione delle indagini da parte delle istituzioni preposte a tale compito».
Ma non è tutto. «Alla mia famiglia – ha aggiunto Rocco Ceratti – nonostante le richieste inoltrate alle istituzioni competenti e finalizzate ad ottenere i benefici riconosciuti dalla legge alle vittime della criminalità organizzata, almeno quelli, visto che assassini e mandanti dell'omicidio di mio padre non sono mai stati individuati e quindi sono ancora liberi, non è stata data risposta. Allo stato, infatti, nulla è stato fatto dalle istituzioni chiamate in cause. Insomma una onesta famiglia vittima, senza un perché, della criminalità organizzata e per di più senza giustizia e anche abbandonata, in termini morali e materiali, dallo Stato».
Nonostante ciò, però, e malgrado siano trascorsi quasi 30 anni dall'omicidio del congiunto, la famiglia Ceratti è, ad oggi, tutt'altro che intenzionata ad arrendersi e a gettare la spugna. Di recente, infatti, Iolanda Corso e Rocco Ceratti, moglie e figlio dell'agente della polizia penitenziaria ucciso, hanno scritto al capo del dipartimento della segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, dottoressa Diana Agosti, chiedendo un intervento finalizzato, appunto, al riesame dell'intera vicenda.
Con tempestività ed efficienza la dottoressa Diana Agosti del dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha reso noto, in una lettera, ai familiari dell'agente della polizia penitenziaria ucciso, di aver subito attivato, per le determinazioni di competenza, i responsabili dell'ufficio di gabinetto e del dipartimento per la pubblica sicurezza del Ministero dell'Interno.