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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/07/2011  -  stampato il 02/12/2016


La calda estate degli istituti penitenziari

Con l’estate alle porte, come ogni anno, torna prepotentemente alla ribalta il tema del sovraffollamento delle carceri, posto che con l’impennata delle temperature, la detenzione tende a divenire sempre più insostenibile, specie nelle strutture carcerarie presenti al meridione, ed in Campania in particolare.
Non è un caso, difatti, che d’estate tenda ad aumentare progressivamente il numero dei detenuti morti suicidi in carcere, disposti a porre fine alla propria esistenza pur di interrompere ogni legame con l’amara, e spesso insostenibile, privazione della propria libertà.

Dall’inizio del 2011 ad oggi si contano già 21 casi di suicidio, mentre in carcere si continua a morire, spesso inspiegabilmente, con la media di 15 morti al mese, circa uno ogni due giorni. In caso di grave malattia, al detenuto non resta che sopportare la malattia in attesa di cure, che spesso non sono specifiche e che, nella maggior parte dei casi, andrebbero fronteggiate ricorrendo a specialisti.

In un convegno tenutosi di recente presso il Palazzo di Giustizia di Napoli, la Camera Penale ha discusso della possibilità di adire la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, allo scopo di denunciare l’attuale condizione degli istituti di pena, nel tentativo di porvi soluzione in via definitiva.
Tale organismo, attuando il sistema di norme previsto dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, è in grado di svolgere un ruolo sussidiario rispetto agli Stati Membri, invitando quest’ultimi a non porre in essere condotte lesive della dignità dei singoli e dei loro diritti, nonché ad osservare le norme della Convenzione stessa, pena l’applicazione di ingenti sanzioni.

La stessa Corte, peraltro, ha più volte contestato le condizioni carcerarie dei detenuti italiani, giungendo addirittura a definire le stesse come inumane e degradanti, in aperta violazione con la disciplina sovranazionale del trattamento penitenziario, da improntarsi a finalità di rieducazione non contrarie al senso di umanità della pena stessa.

Ancora una volta, una soluzione concreta non potrebbe non passare, verosimilmente, per una copiosa riduzione della popolazione penitenziaria, ottenuta incentivando forme alternative alla detenzione in carcere, che prevedano lo svolgimento di attività lavorativo-sociali da svolgersi al di fuori del penitenziario, sotto il controllo degli organi di polizia e dei servizi sociali competenti.