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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/06/2011  -  stampato il 03/12/2016


Il mobbing lavorativo.

Il primo ad utilizzare il verbo inglese “to mob” fu Lorenz Konrad, zoologo, psichiatra e autore del famosissimo “L’Anello del Re Salomone”, che con tale termine volle indicare il comportamento aggressivo di alcune specie di animali nei confronti dei propri simili, finalizzato ad estrometterli e allontanarli dal branco.

Il termine mobbing (attaccare, aggredire) nell’accezione sociale indica un terrore psicologico che causa sofferenza e che nasce nel contesto in cui si esercita la propria professione.

Definire tale fenomeno non è cosa da poco, qualsiasi descrizione risulta infatti essere inadeguata ed incompleta. Harald Ege, uno dei maggiori esperti nel campo, lo definisce come “una forma di terrore psicologico esercitato sul posto di lavoro da uno o più individui, su di un altro, allo scopo di espellerlo o isolarlo…” (Ege, 1996).

Tale pressione implica un atteggiamento ostile e poco etico da parte di una o più persone, verso un altro individuo totalmente indifeso, che viene fatto oggetto di atti vessatori e persecutori.

Queste forme di molestie causano considerevoli sofferenze, sia mentali che fisiche, che si configurano, all’inizio, come un’esclusione, un sottocarico o sovraccarico di lavoro, che infine sfociano in una vera e propria persecuzione che rende impossibile  mantenere l’equilibrio tra la il lavoro e la vita personale. 

In tale dinamica pericolosa, chi effettua la violenza si dice <<mobber>>, chi la riceve si dice <<mobbizzato>>.

Il mobbing si definisce “mobbing dal basso o down up” quando il mobber è in una posizione inferiore rispetto a quella del mobizzato; “mobbing dall’alto” quando il mobber è invece in posizione superiore a quella della vittima; “mobbing strategico o bossing” quando si tratta di una forma usata strategicamente per allontanare i lavoratori “scomodi”; “mobbing orizzontale” quando la vittima ed il mobber sono allo stesso livello, e “doppio mobbing” quando la vittima,carica di energia distruttiva, non trova nella sua famiglia la possibilità di recuperare la sua autostima.

In Italia, a differenza di altri Paesi della Comunità Europea, il mobbing, è rimasto per decenni sconosciuto, oserei dire quasi un fenomeno invisibile, coperto da silenzio collettivo.

Negli ultimi anni, il fenomeno è divenuto di grande attualità, i casi sono aumentati a dismisura. Secondo un monitoraggio dell’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, gli italiani, vittime del mobbing, sarebbero circa un milione e mezzo: i soggetti più colpiti sono le donne, circa il 52%, e oltre il 70% lavora nella pubblica amministrazione. Le categorie più esposte risultano essere gli impiegati, ma da recenti studi, emerge con sorpresa, che il mobbing interessa anche la classe degli operai.

A difesa delle vittime della violenza sul lavoro, sono nati gli sportelli antimobbing, che per il momento rappresentano l’unico punto di riferimento e di monitoraggio per tutta l’Italia. Da analisi effettuate presso tali centri, emerge che le vittime, spaventate e confuse, non sanno a chi e dove rivolgersi per avere una valida tutela legale e psicologica. All’arrivo nei centri, viene effettuata, da parte di consulenti e psicologi, una valutazione preliminare sulle condizioni lavorative che i soggetti denunciano come dannose per la loro salute psicofisica, a seguito della quale, concordano e organizzano interventi di assistenza medico-legale.

Il mobbing non è una malattia, ma una disfunzionale condizione lavorativa che causa effetti negativi sulla salute delle persone coinvolte. I primi sintomi a comparire, sono solitamente quelli di tipo psicosomatico e sono strettamente legati allo stato ansioso che l’aggressione provoca su quella che potremo definire persona-bersaglio. Questa comunemente presenta cefalea, dolori muscolari, malattie della pelle (coma la psoriasi) o disturbi dell’equilibrio (come le vertigine) e fa una grossa resistenza nell’ammettere (anche a sé stessa) che tali disturbi siano da far risalire ad una situazione lavorativa. Le continue vessazioni provocano una tale sofferenza psichica da riversarsi nella vita relazionale, nel ménage familiare e nello status sociale.

Nel marzo 2001 si riunì il “Gruppo di lavoro mobbing” presso il Ministero del Lavoro, che con non poche difficoltà riuscì a descrivere il fenomeno considerandolo “una sistematica forma di violenza psicologica, perpetrata nell’ambiente del lavoro, per almeno sei mesi, con l’unico obiettivo di danneggiare un dipendente o un collega”.

Il Gruppo non proseguì i lavori considerandosi incompetente su questo argomento in continua evoluzione.

Dal punto di vista giuridico, pur in assenza di una specifica legge, esistono norme civilistiche e penali che aiutano nella difesa le vittime di tali atti persecutori.

In Parlamento sono state presentate diverse proposte di legge che una commissione parlamentare tenta di unificare. In realtà, vista la complessità del fenomeno, per il momento, sembra non esserci alcuna soluzione generale, e risolvere un caso di mobbing è ancora un compito arduo.

Come nel caso del burnout, è indispensabile puntare sulla prevenzione dei rischi psicosociali e mettere in primo piano misure finalizzate al miglioramento del benessere del lavoratore stesso, che dovrà essere sostenuto da uno psicologo del lavoro, il quale valuterà la possibilità di un cambiamento individuale calibrandolo su una realtà sempre diversa, e alla fine di un’attenta valutazione, proporrà piani di intervento ad hoc di tipo relazionale, organizzativo, psicologico ed emotivo.

Un’azione informativa, preventiva e formativa è dunque alla base per il contenimento di dinamiche perverse che minano le fondamenta dell’atmosfera lavorativa, portando ad una diminuzione dell’efficienza e del rendimento del gruppo di lavoro.


Lucy