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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/07/2011  -  stampato il 07/12/2016


Il fenomeno dei suicidi nella Polizia Penitenziaria: quattro casi in sei mesi.

Qualche giorno fà (02.07) ci siamo trovati per l'ennesima volta a piangere un nostro Collega che ha deciso di porre fine ai suoi giorni. Ogni volta che succede un fatto simile – e ultimamente succede fin troppo spesso... – si rinfocola quel vespaio fatto di polemiche, critiche, sdegno e recriminazione che va a popolare la pagina di qualche forum per alcuni giorni, per poi ripiombare nell'oblio. Fino alla volta successiva, quando tutto si ripropone nella sua drammaticità.

Vista così, sembra un fuoristrada che cerca di togliersi dal pantano: ma più accelera, più sprofonda. E le grida di aiuto dei suoi occupanti restano puntualmente inascoltate: sono le urla nel silenzio. Trattare la storia dei nostri Caduti di tutte le epoche mi ha portato più volte a scontrarmi con una realtà tenuta da sempre volutamente sommersa: quella dei suicidi. Più andiamo indietro nel tempo, più questo fenomeno era facilmente controllabile e gestibile mediaticamente dai vari comandi e dal Ministero: la stampa era poca, le notizie filtravano col contagocce, nessuno si azzardava a sollevare polveroni che avrebbero avuto come unico esito quello di offuscare la carriera del singolo poliziotto.

Sindacati non ce n'erano, la vita militare obbligava ad una muta rassegnazione di fronte a gesti che hanno sempre fatto parte del nostro ambiente, vuoi per la vita peregrina che vi si faceva con le stellette, vuoi per situazioni personali che sfuggivano ad ogni facoltà di controllo anche quando i controlli erano molto più attenti di ora. Ma oggi, nell'era di internet e dell'informazione plug-and-play, nessuno riesce più a controllare e gestire questa piaga che negli ultimi anni è dunque emersa in tutta la sua devastante drammaticità e attualità.

La sensazione che è stata percepita ai “piani alti” è stata quella di un immediato imbarazzo, come il bambino sorpreso con le dita nella marmellata o l'amante scoperto nel talamo nuziale a brache calate. Ancora una volta le figure istituzionali dalle quali ci si aspetterebbe un aiuto concreto hanno fatto orecchie da mercante, preferendo un silenzio stile tutto-bene-non-è-successo-niente ad un'effettiva collaborazione con la truppa per trovare una soluzione o quantomeno una via di ascolto che non sia fatta solo di parole.

Perchè il Poliziotto penitenziario che si suicida viene ministerialmente considerato come un parente scomodo della nostra grande famiglia, alla stregua di quella vecchia zia arrogante e dal fiato pestilenziale che si cerca di incontrare solo proprio quando è necessario: a Natale, a Pasqua, ma non di più... Ci si ostina a voler ricercare soluzioni all'avanguardia continuando invece a sottovalutare proprio quella “base” fatta da tanti onesti Agenti che quotidianamente collaborano tra loro e che sono magari i primi a notare situazioni di disagio o essere a conoscenza di problematiche personali particolari.

Quante volte negli interminabili turni il collega si è lasciato andare a confidenze circa eventi di vario genere che gli stanno rendendo la vita impossibile? I soldi che non bastano, il figlio che forse ha iniziato a drogarsi, il sospetto che la moglie lo tradisca con un altro, la paura di una grave malattia propria o di un congiunto... La lista potrebbe continuare all'infinito. E noi ad ascoltare, pervasi da quel senso di impotenza di chi non ha gli strumenti adatti per aiutare il nostro Fratello, consapevoli solo del fatto che ricorrere alle vie gerarchiche significa soltanto una cosa: aspettativa a metà stipendio, cioè l'aggiunta di un problema a un altro problema.

Molti diranno: non è vero che non è stato fatto nulla. Vi hanno fornito i centri di ascolto figura assistenziale in grado di fornire supporto psicologico in un momento di fragilità che tutti noi (e dito proprio TUTTI!) abbiamo passato in un momento particolarmente buio della nostra vita.

Sarebbe bello dire che esistono veramente, se non in alcune sporatiche strutture e grazie solo a convenzioni con le asl locali. Siamo esseri umani, non robot: questo probabilmente è ciò che sfugge ai nostri capi. La mentalità dominante è ancora quella secondo cui la nostra Uniforme è uno scudo infrangibile per tutto, anche per la depressione.

E quando questa nonostante tutto colpisce l'Uniforme (non l'Uomo o la Donna, ma l'Uniforme...), l'unico aiuto possibile si chiama aspettativa: via la pistola, via le manette, via il tesserino e di corsa alla Commissione Medica Ospedaliera, una sorta di lazzaretto in cui il Collega viene lasciato a mo' di lebbroso, scaricando la rogna ad altri enti che si assumeranno la responsabilità sul suo futuro lavorativo. Nulla si è fatto per gestire una depressione.

E prima ancora di essa, la diffidenza che porta il Collega a chiudersi ulteriormente in se stesso spingendolo in una spirale involutiva che lo porta ad allontanarsi da quello che dovrebbe essere un porto sicuro in cui trovare conforto e ristoro. Conforto e ristoro che il Collega cerca e trova più volentieri confidandosi informalmente con i suoi compagni di turno o con il dirimpettaio di scrivania, con il quale molto spesso c'è prima una solida e rodata amicizia e poi il rapporto lavorativo.

Una sorta di padre confessore privo tuttavia di poteri assolutori e quindi non in grado di placare i tormenti interiori. La soluzione più idonea era stata già prospettata: dotiamo ogni truttura di polizia penitenziaria di uno psicologo che sia svincolato professionalmente e istituzionalmente dai nostri ruoli. Un professionista che sia realmente a disposizione di tutti noi senza timori di nessun tipo: non un untore, ma un'ancora di salvezza che con la psicoterapia aiuti e non discrimini. Lo fanno già in molti altri Stati, perchè non anche da noi? Semplice: non ci sono i fondi necessari.Bene!

E allora è più conveniente per il nostro ministero piangere in silenzio ogni suicidio, facendo finta che non sia successo e magari cercando “colpe” che esulino dal servizio, un po' come Ponzio Pilato quando ha consegnato Cristo al carnefice. E' più conveniente continuare a considerare questi Fratelli come parenti scomodi da relegare nell'angolo buio del desco imbandito che sfama l'intera categoria. Continuiamo a negare il problema, o comunque a ridimensionarlo. Ma impariamo anche ad accettare le conseguenze di un simile scellerato atteggiamento. 

Luca Frongia

 

 I NOSTRI COLLEGHI CHE SI SONO TOLTI LA VITA DALL'INIZIO DELL'ANNO 

01.07.11 Parma I.P. Agente suicida

15.05.11 Viterbo Ispettore di Polizia Penitenziaria suicida

12.04.11 Caltagirone Assistente capo polpen suicida a mezzo impiccagione

09.04.11 Mamone Lodè Assistente capo polpen suicida con pistola di ordinanza