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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 27/10/2009  -  stampato il 03/12/2016


E alla fine siamo arrivati anche a Striscia la Notizia...

La storia dei braccialetti elettronici iniziò, come qualcuno sicuramente ricorderà, un paio di anni fa, quando cominciammo ad interessarci all’iniziativa, fino ad allora a noi praticamente sconosciuta. Scoprimmo, infatti, che qualche anno prima (nel 2001) c’erano stati degli accordi trilaterali (Ministero dell’Interno, Ministero della Giustizia e Telecom Italia) su una breve sperimentazione e sul successivo utilizzo del braccialetto elettronico come sistema di controllo per alcune misure alternative alla detenzione.

Paradossalmente, di tutta quella storia fu tenuto all’oscuro proprio il Corpo di Polizia Penitenziaria... tanto per riaffermare il malcostume tutto italiano secondo il quale vengono sempre tenuti fuori dai progetti proprio gli addetti ai lavori e gli esperti del settore. Ad onor di verità, ancora oggi non sappiamo se è stato coinvolto qualcuno dell’amministrazione penitenziaria nel progetto. Inevitabilmente, e non poteva essere altrimenti, il sistema non ha funzionato e tutto l’apparato messo in piedi è rimasto inutilizzato come una cattedrale nel deserto.

E, purtroppo, stiamo parlando di un apparato da milioni di euro. Una centrale nazionale presso la sede Telecom Italia di Roma Nord e centinaia di centrali provinciali istallate presso i rispettivi comandi di Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza.

Si, avete capito bene... presso le sedi provinciali di tutte le Polizie a competenza generale tranne che presso uffici e servizi dell’unica Polizia a competenza esclusiva sull’esecuzione penale. E di che cosa stiamo parlando? Proprio di esecuzione penale.

La storia. Con la legge 19 gennaio 2001, n. 4, fu introdotta, per la prima volta in Italia, la possibilità di far ricorso all’uso del braccialetto elettronico per i detenuti ammessi alle misure alternative alla detenzione.

Poco dopo, con Decreto del 2 febbraio 2001, il Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro della Giustizia, ha regolamentato le Modalità di installazione ed uso e descrizione dei tipi e delle caratteristiche dei mezzi elettronici e degli altri strumenti tecnici destinati al controllo delle persone sottoposte alla misura cautelare degli arresti domiciliari nei casi previsti dall’art. 275-bis del codice di procedura penale e dei condannati nel caso previsto dall’art. 47-ter, c. 4-bis, della legge 26/7/1975, n.354. Purtroppo, però, dopo un breve periodo di sperimentazione su un limitato numero di soggetti, si è persa ogni traccia del dispositivo e dal novembre del 2006 ad oggi sono stati utilizzati soltanto un paio di braccialetti.

Nel frattempo, però, non si è fermato l’obbligo di pagare il canone a Telecom Italia per l’uso degli apparati e delle linee dedicate al servizio: 11 milioni di euro l’anno. Eppure lo stesso strumento è stato adottato con successo in molti altri Paesi come gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada, la Svezia, la Svizzera, la Germania, l’Inghilterra, la Francia e la Spagna. In Inghilterra, in particolare, il braccialetto elettronico dal 1997 ad oggi è stato applicato a quasi centocinquantamila persone che hanno usufruito della detenzione domiciliare monitorata elettronicamente. Secondo l’ultimo dato significativo, prima dell’indulto nel 2005, le misure alternative concesse in Italia sono state circa cinquantamila, nel corso dell’anno. In semilibertà c’erano circa tremilacinquecento persone. In detenzione domiciliare altre quindicimila.