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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 27/10/2009  -  stampato il 04/12/2016


Incrementare concretamente le espulsioni dei detenuti stranieri.

Carceri sempre più affollate, celle sempre più multietniche e condizioni di lavoro delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria sempre più gravose e stressanti. Hanno avuto un effetto dirompente le nostre dichiarazioni sulle attuali presenze di detenuti stranieri in Italia, almeno a giudicare dal risalto mediatico che hanno avuto e dalla positiva reazione del Ministro della Giustizia Angelino Alfano. Oggi sono ristretti in Italia 65.000 detenuti: ben 24mila (il 37% del totale) sono stranieri: 4.333 sono i comunitari detenuti (3.953 gli uomini e 380 donne) mentre quelli extracomunitari sono ben 19.666 (18.827 uomini e 839 donne). In alcuni Istituti la percentuale di presenza di detenuti stranieri è davvero altissima: nella Casa Circondariale di Padova sono l’83% (!), al Don Soria di Alessandria il 72% come a Brescia mentre nella sarda Is Arenas Arbus sono il 73%. E buona parte dei penitenziari del Nord hanno una presenza varia che oscilla tra il 60 ed il 70%. Questo accentua - per le difficoltà di comunicazione e per una serie di atteggiamenti troppo spesso aggressivi - le criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita.

Le motivazioni messe in evidenza sono varie: esasperazione, disagio (che si acuisce in condizioni di sovraffollamento), impatto con la natura dura e spesso violenta del carcere, insofferenza per le lentezze burocratiche, convinzione che i propri diritti non siano rispettati, voglia di uscire anche per pochi giorni, anche solo per ricevere delle cure mediche. Queste situazioni di disagio si accentuano per gli immigrati, che per diversi problemi legati alla lingua e all’adattamento pongono in essere gesti dimostrativi. E determina inevitabilmente un’accentuazione della gravosità delle condizioni di lavoro dei poliziotti penitenziari. Si devono allora trovare, con la dovuta urgenza, soluzioni concrete. Una potrebbe essere quella di incrementare il grado di attuazione della norma che prevede l’applicazione della misura alternativa dell’espulsione per i detenuti stranieri i quali debbano scontare una pena, anche residua, inferiore ai due anni; potere che la legge affida alla magistratura di sorveglianza ma rispetto alla quale i numeri sono estremamente minimi. Ma è principalmente necessario che questo Governo recuperi il tempo perso su questa significativa criticità penitenziaria e avvii rapidamente le trattative con i Paesi esteri da cui provengono i detenuti - a partire da Romania, Tunisia, Marocco, Algeria, Albania, Nigeria - affinché scontino la pena nei Paesi d’origine, nei loro carceri, anche prevedendo la corresponsione di un incentivo economico ai rispettivi Governi che accettassero tale proposta. E’ insomma fondamentale stipulare accordi affinché gli stranieri scontino la pena a casa loro. Questo, oltre a mettere un freno ad una grave emergenza, potrebbe rivelarsi un buon affare anche per le casse dello Stato, con risparmi di centinaia di milioni di euro, nonche’ per la sicurezza dei cittadini: un detenuto costa infatti in media circa 300 euro al giorno allo Stato italiano. E tra le priorità d’intervento e gli obiettivi del Ministero della Giustizia in materia penitenziaria sembrerebbe esserci anche quella di far scontare la pena in patria ai detenuti stranieri.

“Stiamo lavorando su tre grandi obiettivi per le nostre carceri. Il primo e’ ottenere dall’Europa che gli stranieri detenuti in Italia vadano a scontare i residui di pena nei Paesi d’origine. Il secondo e’ uno strutturale rinnovamento delle nostre carceri. Abbiamo messo a punto un piano che sarà licenziato a breve. Ci stiamo lavorando col presidente Berlusconi per utilizzare la sua esperienza del modello l’Aquila: porterà alla realizzazione di oltre 20 mila posti in tempi brevi. E infine stiamo lavorando affiche’, attraverso il lavoro nelle carceri, si riesca a far diminuire i casi di recidiva e quindi il numero dei detenuti in cella. Solo il 10 per cento, infatti, dei detenuti che lavorano in carcere tornano a delinquere”. Sono le parole che ha detto il ministro della Giustizia Angelino Alfano, a margine di una iniziativa al carcere Pagliarelli di Palermo, rispondendo ai giornalisti in merito alle proteste del sindacato degli agenti di polizia penitenziaria sul sovraffollamento delle carceri. “Non abbiamo la bacchetta magica. Ma siamo accanto sia al sindacato, sia ai singoli agenti, che ringrazio uno per uno. Sono grato a tutti gli oltre 40 mila agenti che con grande abnegazione contribuiscono al sistema di sicurezza del nostro Paese e fanno si che le nostre carceri siano piu’ dignitose che altrove”, ha aggiunto inoltre il Guardasigilli.

Rispetto alle parole del Ministro Alfano non posso che esprimere il mio apprezzamento, auspicando che ad esse faccia rapidamente seguito l’attivazione di tavoli politici e tecnici per trovare, insieme, soluzioni al grave problema del sovraffollamento penitenziario. Come primo e più rappresentativo Sindacato del Corpo di Polizia penitenziaria abbiamo infatti l’obbligo istituzionale di svolgere un’opera di controllo sulle questioni che ledono i diritti dei nostri iscritti e quello morale di perseguire un’attività di proposta e di indirizzo sulle problematiche penitenziarie, seguendo le indicazioni che sono frutto della nostra decennale esperienza sul campo. Il grave momento di crisi che ricade per ora unicamente sui quasi trentanovemila Agenti (il dato è del 31 settembre 2009) e sulle loro famiglie ci impone di trovare e discutere su soluzioni che possano essere comprese e condivise dai cittadini e fatte proprie dal Governo.

E noi vogliamo fare la nostra parte. Per questo lo scorso agosto, in occasione dell’iniziativa dei Parlamentari che hanno visitato quasi tutti gli Istituti penitenziari del Paese, abbiamo proposto di aprire un tavolo di trattative politiche e tecniche entro cento giorni da quelle visite. Appello per ora disatteso, ma che non è più rinviabile tenuto conto delle 65.001 persone detenute e di un Personale di Polizia Penitenziaria che si assottiglia giorno per giorno, di cui ancora non è previsto un prossimo reintegro. L’iniziativa che sta perseguendo il Ministro di far scontare la pena nei propri Paesi agli oltre 24 mila stranieri presenti nelle carceri italiane, va di sicuro nella direzione giusta, ma lo invitiamo ancora una volta - anche da queste colonne - a riprendere il Decreto sull’utilizzo della Polizia Penitenziaria presso gli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna (UEPE), per il controllo sulle persone che usufruiscono delle misure alternative. Il problema dell’enorme spreco di denaro pubblico dovuto al mancato utilizzo dei braccialetti elettronici che il SAPPE sta denunciando da mesi e che ha avuto nel servizio televisivo di ‘Striscia la Notizia’ la punta massima di visibilità mediatica sembrerebbe dipendere da problemi tecnici e burocratici per cui è la Magistratura che trova difficoltà pratiche a ricorrere al loro utilizzo come misura alternativa.

Tutto ciò rende intollerabile il problema del sovraffollamento nelle carceri e rende pericoloso il lavoro quotidiano degli Agenti Penitenziari. La Polizia Penitenziaria, in virtù anche degli istituendi Ruoli Tecnici, potrebbe facilmente ed efficacemente, provvedere alla loro installazione e gestione, con conseguente maggiore e più efficace controllo delle misure alternative, di quanto non succeda oggi. Per questo rinnoviamo l’invito al Ministro della Giustizia Alfano di aprire da subito un tavolo di trattative tecniche con il Guardasigilli, i vertici del Dap e le altre realtà sociali che operano negli Istituti penitenziari. per trovare insieme delle soluzioni condivise e risolvere il grave momento di crisi che il settore penitenziario sta vivendo e che principalmente la Polizia Penitenziaria sta fronteggiando e pagando in termini di condizioni di lavoro gravose e particolarmente stressanti.