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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 27/09/2011  -  stampato il 11/12/2016


Ionta risponde alle nostre sollecitazioni: "Sono un minatore come voi e scendeṛ ancora in miniera"

Gentile dott. Capece,

la metafora del minatore che ho utilizzato qualche mese fa è più di una metafora, è l’espressione del mio modo di pormi di fronte ai problemi, è uno sguardo attento sulla realtà, indica il radicamento nel “territorio” comune dell’Amministrazione dove la Polizia Penitenziaria gioca una parte fondamentale e certamente, in questa difficile fase che stiamo attraversando, paga un prezzo altissimo in termini di rinunce, sacrifici e frustrazioni.
 
Leggo, nei limiti imposti dal tempo a mio disposizione, ciò che viene pubblicato nei siti e nei blog dedicati, e ho letto l’intervento pubblicato qualche giorno fa sul blog Poliziapenitenziaria, che riprende, appunto, la metafora del minatore. Ne ho tratto delle riflessioni che desidero parteciparle.
 
Essere “capo” non vuol dire ignorare le critiche, i suggerimenti, gli spunti di riflessione, i contributi che vengono inviati da coloro che il capo ha il dovere di ascoltare, tutelare, rappresentare. Le critiche costruttive, anche se espresse con fermezza e veemenza, sono una preziosa indicazione per cogliere ciò che arriva ai destinatari degli interventi, così come prezioso è il contatto diretto con i “minatori” nel loro territorio, ovvero negli istituti penitenziari che visito di frequente. Stringo loro la mano e non aspetto che mi venga chiesto il “permesso” se un agente mi viene incontro per stringerla lui a me, anzi, apprezzo, e non per un narcisistico senso di “comando”, che il personale riconosca il capo e non lo avverta come colui che sta a Roma a gestire l’organizzazione ma è distante dalla fatica di chi ogni giorno affronta l’emergenza penitenziaria sulla propria pelle. E una visita personale nella “miniera” è molto più efficace di una approfondita relazione sullo stato dell’istituto per comprendere la complessità di quella realtà penitenziaria e le reali condizioni di chi la affronta. Ed è per questo che ho in programma di compiere delle visite negli istituti senza preavviso, questo non per un intento “ispettivo”, ma perché ritengo che il “capo-minatore” debba cogliere l’opportunità di un contatto senza mediazioni burocratiche e di “rappresentanza” e lo faccio senza alcuna forzatura, perché non mi appartengono, come persona e come capo dell’Amministrazione e della Polizia Penitenziaria, orpelli e liturgie da leader carismatico.
 
Sono certo di incontrare la Sua condivisione su queste riflessioni e tengo ancora una volta a precisarle che anche nella più aspra contrapposizione non va mai abbandonato l’intento costruttivo che deriva dalle proprie responsabilità, di gestione amministrativa e di azione sindacale. Innalzare muri va a discapito di tutti, in primo luogo dei minatori, dei poliziotti penitenziari, e allontana l’obiettivo comune di restituire dignità e diritti ai lavoratori delle carceri e al sistema penitenziario nel suo complesso.
 
Con viva cordialità.
 
Franco Ionta