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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/10/2011  -  stampato il 09/12/2016


Ma quanto facile fare il Direttore ...

                Da bambino mi è capitato di vedere, seppure in rare occasioni, film ambientati nel carcere, naturalmente in bianco e nero (data la mia età) in cui, quasi sempre, c’era una rivolta da sedare, detenuti che protestavano sui tetti, lenzuola date alle fiamme, auto dei carabinieri attorno all’istituto e “guardie” prese in ostaggio che, vittime degli eventi (e dello spavento) avevano quasi sempre il cappello mal calzato sulla testa, la giacca sbottonata e la cravatta penzolante.  Ad un tratto, da una porta del cortile dei passeggi, sortiva una figura elegante ed imponente, quasi sempre con grossi occhiali dalla montatura in tartaruga, attorniata da guardie. Una volta raggiunto il centro del cortile si faceva passare il megafono e, senza alcun timore, iniziava a parlare col capo dei rivoltosi. Il tono fermo e le parole semplici ma incisive: alla fine riusciva sempre a ripotare la situazione alla normalità ripristinando l’ordine e salvando la pelle alle povere guardie che, trafelate, potevano godere della libertà ritrovata e tornare dalle proprie famiglie (ma questo lo immaginavo io perché nel film non lo facevano vedere!). Ero piccolo, lo ripeto, e per me il carcere era quello visto nei film, un luogo di sofferenza, di violenza, di emarginazione. Eppure in questo luogo c’era quell’uomo che si distingueva da tutti gli altri per il lungo cappotto scuro e la presenza autorevole, in grado di affrontare con piglio deciso  quei volgari criminali ed avere la meglio su di loro. Insomma, quasi un eroe, comunque  una persona fuori dal comune che aveva coraggio da vendere ed una bella umanità.

È passato molto tempo e, sebbene non l’avrei mai immaginato, sono finito in un carcere. Ed ho avuto la possibilità di poter vedere con i miei occhi quello che da bambino vedevo in quelle scene in bianco e nero. Posso dire che molte cose, sebbene con i dovuti parallelismi, sono vicine a quelle immagini: la sofferenza, la violenza, l’emarginazione infatti le ho ritrovate. Il Direttore eroe no.

                Tralascio facili parallelismi tra quel direttore elegante e coraggioso che, probabilmente era figlio di un tempo che fu o forse, esisteva solo nei film. Tuttavia, non posso non restare deluso guardando la realtà in cui mi trovo. Infatti, quasi a voler distruggere i miei sogni di bambino, l’amara realtà che vivo quotidianamente mi mostra una persona che a stento mi guarda negli occhi (ma forse perché non riesce a sostenere il mio sguardo), mi tratta con sufficienza cercando di evitarmi, soprattutto per evitare le mie domande ed i problemi che, talvolta gli chiedo di risolvermi. Un direttore che del burocratese  - quasi sempre fine a sé stesso e, molto spesso, privo di logica – fa il suo asso nella manica, aggiungendo a ciò, un’arroganza di chi non ama e non rispetta abbastanza questo lavoro e gli uomini che lo portano avanti con sacrificio e sofferenza.
                Non mi resta che trarre una conclusione: i film raccontano un sacco di bugie e per fare il direttore non occorre coraggio, saggezza ed umanità ma soltanto un pizzico di cultura (non troppa), una buona dose di presunzione e la consapevolezza di essere insostituibile, soprattutto perché di sostituti non ce ne sono. È facile, in questo modo, fare il Direttore.
                E giusto per rimanere in tema di amarcord riporto un piccolo pasaggio tratto da un lavoro di un  Direttore del passato. Chissà che qualche giovane Dirigente legga per sbaglio questo articolo ed abbia la modestia di farne tesoro.
 
<< Il direttore è spesso assorbito anzi angosciato dall’idea di poter sbagliare più di ogni altro funzionario per il tipo di lavoro che deve svolgere. Sicchè l’insicurezza può essere uno dei principali aspetti negativi caratterizzati dalla personalità del direttore penitenziario il quale indirettamente lo incanala verso il personale “dipendente”.
                A tal proposito si dice, con frequenza sintomatica, mai sufficiente, che il direttore penitenziario è un soggetto che non tratta carte, soltanto carte e scartoffie, ma ha contatti e rapporti con soggetti, con persone non con cose, si dice con espressione pittoresca e di grande effetto che il predetto funzionario tratta “materiale umano”.
                Un funizonario che ha una squisita e particolare sensibilità deve agire con spontaneità tenendo presente, tuttavia, che gli stimoli ad agire provengono da una comunità particolare che è quella dei detenuti i quali – è noto – sono detenuti e quindi impediti in grandissima parte a muoversi da soli. Fattore H e fattore T, cioè fattore umano e fattore tecnico, sono le due componenti dell’azione del direttore penitenziario. >>
(I. Sturniolo)