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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/10/2011  -  stampato il 11/12/2016


Ancora sul braccialetto elettronico. Ma la Corte dei Conti che dice ?

Il Sappe ha ormai da tempo denunciato lo scandalo dei braccialetti elettronici voluti dall’allora Ministro dell’Interno Enzo Bianco e dal Ministro della Giustizia Piero Fassino come significativa e deflattiva risposta all’endemico fenomeno del sovraffollamento delle carceri italiane e fin da subito accantonati in ragione delle fallimentari prime sperimentazioni.

            L’onore e l’onere di rilanciare lo strumento dei braccialetti elettronici fu assunto nel 2003 dall’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu che firmò una apposita convenzione, a carattere esclusivo, a favore della Telecom per l’installazione e l’assistenza tecnica del Personal Idetification Device, la cui spesa ammontava all’incirca a undici milioni di euro all’anno per un totale ad oggi di 110 milioni, nonostante quei braccialetti, per l’esattezza 400, siano depositati intonsi in qualche armadio, forse blindato, del Ministero dell’Interno, fatto salvo per undici di essi.

            L’onorevole Mantovano, Sottosegretario di Stato all’Interno, recentemente intervistato, ha rappresentato che il contratto scadrà a novembre del c.a. e che ovviamente non verrà più rinnovato. 

            A questo punto la domanda nasce spontanea: ma a cosa serve la Corte dei Conti, in una situazione economica, tra l’altro, in cui i conti non tornano più da molto tempo?!

            La Corte dei Conti, i cui componenti percepiscono lauti emolumenti, non dovrebbe essere quell’organo che vigila sulla corretta gestione del denaro da parte delle pubbliche amministrazioni, centrali e periferiche, espressamente prevista dagli articoli 100 e 103 della Costituzione con funzioni consultive, di controllo e giurisdizionali?

            Ma allora perché la Corte dei Conti, pur in presenza di un rilevante danno erariale, certo, attuale e concreto, qual è certamente quello de quo, non ha aperto e non apre un procedimento erariale per individuare le relative responsabilità contabili?

            Eppure, la Corte dei Conti mostra sempre così tanta solerzia allorquando si tratta di affermare la responsabilità del pubblico impiegato assai bistrattato che si trova a maneggiare somme di denaro, talvolta senza la connessa indennità di cassa, così come mostra sempre una certa propensione a dilatare i margini della responsabilità amministrativa-contabile a scapito del malcapitato funzionario pubblico di turno.

            Ma non c’è nulla da stupirsi allorché si leggano attentamente gli articoli della Costituzione sopra richiamati: infatti, questi ricomprendono la Corte dei Conti negli organi ausiliari del Governo, così disvelando quella genetica mancanza d’indipendenza e d’imparzialità che invece la dovrebbero giuridicamente ed eticamente connotare.

            A tal proposito un grande giurista quale è stato Calamandrei ha affermato sagacemente che la frase “la legge è uguali per tutti” scritta pomposamente nelle aule di tribunale dovrebbe essere apposta davanti agli occhi dei giudici e non alle loro spalle: forse, e il dubitativo è d’obbligo, avremmo una applicazione della legge più equa con meno processi penali sempre più pericolosamente “morali”.

            Del resto, non vale la pena obiettare che in questo caso verrebbe in rilievo una forma di responsabilità politica che, quindi, esulerebbe dalla competenza della Corte dei Conti, poiché ciò confermerebbe l’ineguaglianza della legge, che può essere tranquillamente disattesa proprio da coloro che sono tenuti, per antonomasia, alla massima osservanza. 

            Con viva considerazione la vostra Araba Fenice.