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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/11/2011  -  stampato il 07/12/2016


Omaggio ad un mito: Enrico Ragosa

A giorni andrà in pensione un dirigente generale del DAP, uno dei pochi che può godere la stima di tanti poliziotti penitenziari ex agenti di custodia: il generale Enrico Ragosa.

Enrico Ragosa è entrato nella leggenda del DAP, per quello che è stata la sua carriera costellata di successi nella lotta alla Mafia, nella bonifica di interi Istituti dove si annidava il marcio fra gli agenti.

Ma tutto questo le nuove generazioni di poliziotti penitenziari, quelli che arrivano già al Corso con, nello stato di famiglia, un disabile (legge 104), quelli che arrivando trasferiti in sede già hanno la carica sindacale dopo un giorno, quelli che si girano intorno e già studiano come non fare servizio nelle sezioni... quindi questo è un semplice ricordo rivolto a quelli della mia età o ai pensionati che seguono il blog, un omaggio a questa figura che tanto ha dato all’Amministrazione, al di la delle notizie più o meno vere che arrivano in periferia dai “boatos” del DAP che parlano di “barbe finte” sguinzagliate in alcuni uffici alla ricerca di chissà cosa...

Conobbi Enrico Ragosa da Capitano, negli anni ’80, a San Vittore. Una figura imponente e allo stesso rassicurante. Io ero un giovane agente, lui un Capitano degli Agenti di Custodia che già carico di gloria per delle operazioni di “ordine pubblico” interno che aveva svolto in tante carceri, tra cui Poggioreale, e che adesso era stato inviato in Sicilia per organizzare il 1° maxi processo, per mettere in riga i mafiosi, e che mafiosi! Parliamo di boss del calibro di Gaspare Mutolo, Salvatore Lo Piccolo, Salvatore Cucuzza, i fratello Bono, i Fidanzati, Vittorio Mangano ecc.

A capo di una “squadra” di agenti di custodia devoti non conosceva il significato della paura, non c’erano orari ed era riuscito a creare un gruppo unito e fortissimo. Non era autoritario, non ne aveva bisogno; ma era autorevole. Poteva far saltare dalle poltrone i direttori, i marescialli comandanti se solo aveva il sospetto che questi si prestassero a certi giochetti.

Una mattina, in carcere, arrivò un gruppo di mafiosi palermitani, tradotti da chissà dove. Vidi il Comandante avvicinarsi ai nuovi giunti e baciarne qualcuno affettuosamente sulle guance, alla maniera siciliana, accompagnando i baci con frasi affettuose che denotavano una conoscenza e una confidenza sospetta. Qualcuno lo riferì a Ragosa e l’indomani quel maresciallo sparì dall’Istituto. Non seppi mai che fine fece né dove andò a finire. Per noi giovani agenti Enrico era un mito. Saremmo stati capaci di buttarci nel fuoco per lui, di affrontare rivolte, di fronteggiare i più pericolosi mafiosi. Lui sarebbe stato li a proteggerci, se fosse successo qualcosa di grave, non si sarebbe mai rimangiato un ordine, anche se dato verbalmente.

Credo che i pregi e i meriti, per quello che ha dato in termini di lotta alla criminalità organizzata all’interno delle carceri, vadano ben oltre gli eventuali difetti e che superino anche le critiche che talvolta gli sono state indirizzate. Enrico ragosa ha rappresentato un pezzo di storia del Corpo degli Agenti di Custodia e sarebbe bello, dalle pagine di questo giornale, raccogliere per consegnarle alle nuove generazioni, quelli che giocano con la PSP o con l’I phone di sentinella, aneddoti, storie, memorie aventi per protagonista Enrico Ragosa, uno di noi. 

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