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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 28/10/2011  -  stampato il 04/12/2016


Parla la moglie di Giuseppe Montalto: "Non voleva essere un eroe"

 ALBA – Gli occhi lucidi e la voce tremante. Liliana Riccobene è emozionata mentre ricorda il marito. Sono trascorsi sedici anni da quella maledetta notte quando Giuseppe Montalto, agente della polizia penitenziaria, fu assassinato. Ucciso dalla mafia per non essersi piegato al volere di un boss.

Un eroe.

Ma non ditelo a Liliana Riccobene. “Giuseppe non voleva essere un eroe”, ha detto intervenendo nel corso della cerimonia d’intitolazione dell’istituto penitenziario di Alba, in provincia di Cuneo, al marito. “Credeva solo nel suo ruolo”. Un agente integerrimo, Giuseppe Montalto. Quando nel 1995, durante un controllo all’interno della sezione di massima sorveglianza del carcere dell’Ucciardone, intercettò un pizzino destinato ad un boss non esitò a sequestrarlo. Il 23 dicembre un sicario lo fulminò dinanzi alla moglie.

“E’ stato un marito ed un padre esemplare fino all’ultimo”, ha ricordato Liliana Riccobene. “Quella notte ci ha fatto scudo con il suo corpo ed ha salvato me e le nostre figlie”. Un uomo perbene, per cui tutti hanno parole di stima. “Chi l’ha conosciuto – spiega il vice commissario Alessandro Catacchio, comandante della polizia penitenziaria della casa circondariale di Alba – lo definisce un uomo generoso e buono che mostrava comprensione verso chi era stato costretto a vivere tra le sbarre per ripagare il proprio debito con lo Stato”.

Una tragica fine, quella di Giuseppe Montalto, che deve far riflettere. “Una storia di isolamento e di solitudine e quindi di sovraesposizione alla rappresaglia criminale”, scrive Giancarlo Caselli nella prefazione del libro “Montalto, fino all’ultimo respiro”. “Storia di una morte che deve costituire – per tutti noi – una condanna”.

Un invito a riflettere. Affinché altri uomini dello Stato non siano lasciati soli. Affinché altri non facciano la stessa fine di Giuseppe Montalto.

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