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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/11/2011  -  stampato il 06/12/2016


UN SUICIDIO AL MESE!

L’ennesimo suicidio di un appartenente alla Polizia Penitenziaria ad Avellino, non può più essere archiviato come facente parte di una fredda statistica, ovvero la consapevolezza che dal 2000 ad oggi si sono suicidati ben 100 appartenenti al Corpo, 1 direttore, 1 dirigente generale, che sommati fanno una media di 10 suicidi all’anno.

Adesso basta. Nessuno potrà fare un freddo comunicato nel quale si esprime cordoglio, si, ma allo stesso tempo si fa rilevare che comunque il servizio non c’entra nulla con il suicidio del collega, che comunque l’ambiente carcerario non influisce minimamente sulla psiche, e che i problemi erano solo personali o familiari.

Troppo comodo. Nonostante da queste pagine della rivista abbiamo sollevato in tempi non sospetti il problema dei suicidi, del malessere dei colleghi (vedi articoli precedenti) la nostra Amministrazione ha solo prodotto sterili circolari d’intenti che restano sulla carta ma che di concreto ancora nulla si è realizzato per venire incontro, concretamente, ai colleghi con problematiche particolari. Specie in un periodo come questo, di crisi mondiale, dove alle nostre piccole crisi e problemi più o meno grandi si aggiunge il fardello della crisi mondiale, europea ed italiana, per la quale non c’è speranza che lo stipendio aumenti, mentre gli affitti decollano e diventano impossibili, mentre la gente si separa e diventa di colpo povera costringendo ad elemosinare un posto in caserma (laddove esistono le caserme e per gentile concessione da parte del Direttore), mentre i problemi economici legati ad una serie di fattori (prestiti, separazioni, acquisti incauti ecc….), talvolta i cattivi rapporti con colleghi e superiori, un ambiente ostile all’interno delle sezioni, non fanno altro che aumentare quella sensazione di malessere, che può portare al gesto estremo.
Certo questi sono degli esempi. Non è detto che il collega si trovasse in una delle situazioni descritte, ma resta il fatto che il carcere, l’ambiente carcerario, la durezza del lavoro, il logorio psicologico cui siamo sottoposti, amplificano i problemi; non aiutano di certo a risolverli né tantomeno a lenirli.

Più che dichiarazioni d’intenti, intanto iniziamo con un serio monitoraggio all’interno delle carceri per segnalare (con le attenzioni del caso) tutti coloro che hanno problemi economici, situazioni familiari a rischio, situazioni particolari che potrebbero dar luogo a gesti inconsulti e cerchiamo di aiutarli seriamente, magari costituendo un fondo nazionale per agenti in difficoltà, ripristiniamo gli alloggi in caserma per chi, separato, non può più affrontare le spese di affitto e quasi non può più sopravvivere con quello che gli resta dello stipendio.

Mi fermo qui per il momento. Lo so, qualcuno mi criticherà aspramente per quello che scrivo, ormai ci sono abituato, ma resta il fatto che queste sono solo due proposte concrete, di fronte a delle mere dichiarazioni d’intenti e dei gruppi di lavoro che si riuniscono da qualche anno e che ancora devono partorire idee concrete che possano portare benefici agli agenti di polizia penitenziaria.I colleghi si suicidano e al DAP il Dirigenti giocano a fare i giuristi 

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