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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/11/2011  -  stampato il 02/12/2016


Enrico Ragosa: Poggioreale settembre 1982

Grazie alla straordinaria partecipazione di tanti e tanti colleghi, l’articolo di Nuvola Rossa dedicato al Generale Enrico Ragosa è stato uno dei pezzi più seguiti delle ultime settimana.
Peraltro, oltre alle decine e decine di commenti, abbiamo ricevuto anche alcuni contributi che narrano aneddoti ed episodi riconducibili alla carriera di Ragosa, che vogliamo pubblicare a più riprese.

Iniziamo con il racconto dei fatti accaduti a Napoli Poggioreale nel lontano 1982.


L’ANTEFATTO

Nei mesi di Agosto e Settembre 1982 la situazione della casa Circondariale di Napoli Poggioreale era diventata intollerabile per quanto riguarda l’ordine e la sicurezza interna. Tremila detenuti appartenenti alla NCO di Raffaele Cutolo ed alla Nuova Famiglia, composta da varie famiglie camorristiche contrapposte a Cutolo, si sfidavano all’interno del penitenziario con risse e sparatorie continue.
L’Amministrazione Penitenziaria centrale aveva tentato di ripristinare l’ordine all’interno del penitenziario inviando centinaia di Allievi Agenti dalla Scuola di Portici senza successo, tant’è che nel mese di settembre del 1982 il detenuto Ferrara Fortunato fu raggiunto da colpi di arma provenienti da un padiglione interno mentre si accingeva ad andare al colloquio con i famigliari.
Considerato che non era più possibile per lo Stato consentire una situazione di degrado simile, l’allora Ministro di Grazia e Giustizia DARIDA convocò il Direttore dell’ufficio Centrale dei detenuti, Cons. Giuseppe FALCONE, il quale propose d’inviare sul posto in nuovo staff direzionale in sostituzione del Direttore dell’istituto, del Comandante degli Agenti di Custodia dell’istituto e del Comandante Regionale sempre degli Agenti di Custodia.
Il 23 ottobre del 1982 furono inviati l’Ispettore Distrettuale CICCOTTI, il Direttore Giacinto SICILIANO ed il Capitano degli Agenti di Custodia Alfonso MATTIELLO, il quale fu il primo e l’unico Ufficiale ad avere l’incarico di Comandante di un istituto e contemporaneamente di Comandante Regionale.
Nei giorni successivi l’Ufficiale, resosi conto della situazione drammatica all’interno dell’istituto si fece inviare l’equipaggiamento completo di una squadra “SAI” composta da circa 20 unità di Agenti di Custodia, la quale era stata addestrata per interventi speciali, era presente nell’istituto ma senza alcuna disposizione d’impiego. Nei giorni immediatamente successivi iniziò un confronto durissimo con centinaia di detenuti che vagavano per l’istituto armati.
Vi furono diversi scontri a fuoco con i detenuti al punto da richiedere con urgenza assoluta l’invio di altre munizioni che furono portate da Roma con auto blindate. Dopo cinque giorni di scontri continui i detenuti compresero che lo scontro non era più possibile con il personale del Corpo e si rinchiusero nelle loro celle attendendo l’inizio delle operazioni di perquisizione generale.
In quei giorni a rafforzare il contingente di personale fu inviato a Napoli Poggioreale il Capitano Ragosa insieme ad altre unità di personale anziano che avevano già lavorato con lui in altre strutture penitenziarie.
Verso la metà di dicembre del 1982 a causa di contrasti sorti fra il Capitano Mattiello ed il Direttore dell’istituto, Dott. Siciliano, non fu più rinnovato il mandato di Comandante dell’istituto per l’Ufficiale che fu affidato al Maresciallo Ciro Granada.
Il Capitano Mattiello restò su Napoli in qualità di Comandante Regionale ed il capitano Ragosa restò a Napoli Poggioreale insieme ad un gruppo di persone, per alcuni mesi al fine di gestire la normalizzazione dell’istituto.


IL RACCONTO

"Lo conobbi nel 1982. Ci sarebbe molto da dire, ma mi piace ricordare qualche aneddoto sul Generale Enrico Ragosa alias: Lui, Furia, il Comandante, il Capo, Enrico, Papà, ecc. ecc. …

 

Poggioreale, Settembre 1982.

 

Il Capitano Enrico Ragosa giunse in un istituto allo sbando, che non aveva timone. Moltissimi Agenti di Custodia rimanevano a casa in malattia. Un solo Agente era in servizio al Padiglione Salerno, senza chiavi, e con 400 reclusi. Ciò valeva anche per le altre sezioni detentive. I camorristi avevano il carcere in mano. Nel giro di un mese due Agenti, liberi dal servizio, erano stati assassinati. Successivamente, un detenuto camorrista era stato ferito con un colpo d’arma da fuoco, mentre si recava alla Sala Colloqui, da un altro detenuto di frangia opposta. I camorristi erano armati. Ragosa, che era venuto con la sua cd “squadretta”, si ritrovò a disposizione anche una ventina di ragazzi ben addestrati all’uso delle armi, provenienti dalla Scuola di Cairo Montenotte. Usavamo dei nomi di copertura: Piedone, Garibaldi, Truciolo, Brigitte, Peppe l’Avvocato …

Uno di essi, in particolare, gli rompeva continuamente le “palle” per rappresentargli la mole di problemi riscontrati nei giorni precedenti. Si trattava di un Agente di Custodia, siciliano, con poco meno di due anni di servizio alle spalle. All’ennesima rottura di p…., Ragosa lo apostrofò gridando con la sua potente voce: “Zitto, tu! Chi sei?”. Il ragazzo rimase allibito, ma Ragosa tolse due stellette dalla sua tuta mimetica e le mise su quella dell’Agente e gli disse: “Adesso sì che possiamo parlare, collega!”. Ovviamente, dopo un minuto, le stellette ritornarono al loro posto. Ciò che successe dopo è storia: lo Stato si riappropriò del carcere e gli Agenti di Poggioreale ritrovarono la dignità e la sicurezza sul lavoro. Anche i detenuti comuni ci dissero: “Adesso possiamo farci la galera in santa pace!”.

Il Ministero, infatti, aveva nel frattempo disposto la traduzione a Pianosa di un centinaio di camorristi autori dei disordini. L’Arma dei Carabinieri era ancora competente per le traduzioni. Ricordo che un Capitano dei Carabinieri disse a Ragosa: “Non riuscirai mai a farli salire sui pullman!”. E Ragosa ridendo: “Non ho bisogno dei tuoi uomini, ho i miei! Piuttosto prepara le manette. Io te li porterò ai pullman”. La mattina delle traduzioni i pullman si presentarono alla porta carraia e, di lì a poco, si udì un rumore assordante: era quel centinaio di camorristi che in fila per tre,  agli ordini di quel semplice Agente siciliano e sotto lo sguardo attento e divertito di Ragosa, marciavano battendo per bene i tacchi per terra e si dirigevano ai pullman. Ai Carabinieri non rimase che ammanettarli in tutta tranquillità. Il Capitano dell’Arma dovette incassare il colpo.

La campagna napoletana durò più di un anno. Tanto ci volle per … ricostruire il carcere.  Ragosa si era accasermato insieme alla sua nuova squadra, formata dai “vecchi” e da alcuni dei nuovi Agenti venuti da Cairo Montenotte, i cd ragazzi della SAJ (Sezione Addestramento Judo). Sicuramente gli antesignani del GOM. Si lavorava giorno e notte, senza sosta. Si dormiva a spezzoni e, a volte, anche all’interno di qualche ripostiglio in sezione. Ma non soffrivamo. Il Capo ci diceva: “Un guerriero non dorme e non mangia, ma lavora sodo e in silenzio!”. E ce lo dimostrava col suo esempio!

Ricordo che facevamo i turni per le pulizie e in cucina. Nel poco tempo libero, Enrico si dilettava a cucinare il risotto. Stava lì per ore a rimestare il suo risotto in pentola, a volte lo rimestava qualcuno di noi per lui. Un appuntato pugliese, invece, sapeva cucinare solo le polpette al sugo. Così diceva. In realtà aveva chiesto aiuto alla consorte, per telefono. Ed erano sfottò, nell’ora di pranzo! Si disponeva di una tavola per una quindicina di persone. Quel giorno si mangiava il riso del Capo, e l’Appuntato pugliese vantò le sue polpette, a discapito del riso, in un momento poco opportuno. Il Capo era infatti preso dai molti problemi di lavoro per cui afferrò il suo piatto col riso e lo scaraventò contro il muro. Il riso rimase appeso alla parete, il piatto attaccato al riso. Cominciarono a scivolare verso il basso, lentamente. Ci guardavamo tutti attoniti e rimanevamo quasi sgomenti quando il capo si incazzava, ma quella volta guardammo la parete, poi l’Appuntato, poi il Capo e scoppiammo in una fragorosa risata. Il Capo per primo.

Talvolta, nel pomeriggio, veniva a trovarci in Caserma un altro Capitano degli Agenti di Custodia, campano, anche lui coraggioso, bravissimo e simpaticissimo. Era … di famiglia. Si intratteneva col Capo per discutere dei problemi di lavoro. Ogni volta che doveva uscire dalla Caserma, Enrico ci comandava: “Perquisitelo. Sono sicuro che ci sta fregando qualcosa!”. Non sbagliava. E giù le risate durante la perquisizione!

Il giorno in cui tornarono i camorristi da Pianosa per presenziare al processo, venimmo a conoscenza che alcuni di essi occultavano dei coltelli all’interno del loro intestino. Cosa fare? Non era da tutti saperli occultare in quel modo! Il Capo si fece venire l’idea, un breve consulto col Direttore e col Sanitario, e la decisione fu presa: raggi x per tutti. I … positivi vennero convocati, uno per uno, all’Ufficio Comando. Vennero recuperati sei o sette coltelli a serramanico. Un camorrista … depositò il suo. Il Capo gli disse: “Ti faccio i miei complimenti perché suppongo non sia facile espellere un coltello a comando. Ma dimmi: a cosa ti sarebbe servito?”. Timida risposta: “Per difesa personale!”. Il Capo: “Ah, capisco! E l’altro che hai ancora in corpo a che ti serve, a raschiarti il buco del culo? Vallo a cagare immediatamente!”. La lastra infatti mostrava due coltelli ben allineati. Quel detenuto, esponente camorrista, fece la classica figura di m…!

Si continuava a non dormire e a lavorare sodo. Tra i camorristi si era sparsa la voce che gli appartenenti alla “squadretta” assumessero chissà quali sostanze per rimanere svegli. Un detenuto calabrese, ma camorrista, ebbe invece a dire: “Ma quali sostanze e sostanze. Con un Capo come quello lì, certo che ce li ritroviamo dappertutto questi qui. E ci ha scovato i coltelli pure in culo! Questi sono uomini!

Terminò la campagna napoletana. I … vecchi tornarono presso le loro sedi e alcuni tra i ragazzi di Cairo Montenotte furono trasferiti a Roma."

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