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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 17/11/2011  -  stampato il 08/12/2016


Enrico Ragosa: come trattava i camorristi e mafiosi e come trattava il suo personale

Il Capo continuò a girare gli istituti caldi della Repubblica, inviato dal Direttore Generale (oggi si direbbe: Capo del Dipartimento), per risolvere le più svariate problematiche. Io ebbi il privilegio e l’onore di accompagnarlo e di lavorare per lui in tante di queste occasioni.

Era giunta al Capo la notizia che due o tre camorristi, meglio conosciuti come “i boia delle carceri”, detenuti a Torino erano probabilmente in possesso di coltelli e avrebbero avuto intenzione di assassinare altri detenuti, sequestrando ove necessario delle guardie. Stavamo godendo un breve periodo di ferie estive ma, al richiamo del Capo, ci ritrovammo immediatamente a Torino: il Capo e tre di noi. Enrico decise di fare subito una passeggiata in sezione. Entrò per primo, noi appresso a lui. I tre camorristi ci videro e uno di loro disse: “No, Capita’, pure qua? Non è giusto!”. Erano memori del tempo in cui a Poggioreale, non appena sedammo la rivolta, per circa una settimana nelle ore mattutine noi, uomini di Ragosa, passavamo davanti le celle con delle ceste e i detenuti depositavano i loro coltelli o altre armi rudimentali. Ne raccoglievamo a bizzeffe. Non appena girammo le spalle per andarcene, tre coltelli furono lasciati scivolare sul corridoio, alla portata degli Agenti di servizio.

Nel cd braccio della morte, Ad Ariano Irpino, gli ultimi 12 detenuti in tutt’Italia sottoposti all’art. 90 (qualcosa di simile al 41 bis) attuavano ormai da circa un mese lo sciopero della fame per protesta contro il regime carcerario ad essi riservato. Alcuni erano i famosi boia delle carceri, altri i cd politici. Tra i politici figuravano appartenenti alla colonna genovese delle BR. Uno in particolare aveva in precedenza pedinato per due mesi il fratello del Capo, a Genova, credendo fosse Enrico. Poi qualcuno si era accorto dell’errore. Non furono capaci di localizzarlo perché il Capo, in quel periodo, cosciente del pericolo, non dormiva mai sotto lo stesso tetto. Non ricordo se fu proprio ad Ariano Irpino che un brigatista gli chiese: “Adesso, per pura curiosità, puoi dirmelo dove abiti!?”. Dopo le necessarie trattative, protrattesi fino alle 23,00 di quel giorno, i 12 decisero di terminare lo sciopero della fame. Ma non avevano fornelli in cella né cibarie. Io e un altro caro collega nonché amico ci recammo in città alla ricerca di una pizzeria. L’idea ovviamente era stata di Enrico. Il Direttore Generale rimase soddisfatto.

Quando lavorammo in Sicilia, prima a Trapani e poi a Palermo, per la preparazione del Maxi Processo dal punto di vista della sicurezza carceraria, il Capo ebbe modo di osservare i paesaggi della Sicilia, i terreni coltivati, gli uliveti, i vigneti. Le sue considerazioni erano sempre le stesse: “Questa è gente che lavora, gente che si spacca la schiena, gente che vive col sudore della fronte! Non è giusto che, per colpa di quattro mafiosi di merda, la Sicilia debba essere etichettata come terra di mafia!”. E con lui abbiamo fatto e facciamo ancora la nostra parte nella lotta alla mafia.

Se il buon Enrico, genovese, a Napoli era entrato subito nella mentalità dei campani, in Sicilia non fu da meno. E lo dimostrò ben presto quando, cioè, un esponente mafioso ebbe a lamentarsi con lui perché, a suo dire, “… il Signor Capitano Ragusa …” era stato la causa dell’emissione di un Mandato di Cattura del Giudice Istruttore di Trapani nei suoi confronti. Il Capo gli rispose con una metafora, cioè con lo stesso linguaggio dei mafiosi: “Lei deve sapere che a me piace la pastasciutta. Sono venuto in Sicilia per altri motivi, ma lei mi ha fatto trovare questo bel piatto di pastasciutta, e io non ho saputo resistere!”. Il mafioso fece un sorriso amaro e ingoiò il rospo senza poter ribattere.

Anche a Trapani Enrico si accasermò coi suoi uomini. E’ sempre stato mattiniero e, di conseguenza, lo eravamo anche noi. O meglio, la mattina ci aveva sempre svegliato, e continuava a farlo, uno per uno con una carezza e una tazzina di caffè: “Sveglia, amore. Ecco il caffè. Dai, su, che dobbiamo andare a zappare!”.

Lui vedeva sempre avanti nelle cose. Non so se questa prerogativa era uno dei motivi per cui ha sempre parlato molto velocemente. Quella mattina mi presentai nella sua stanza munito del solito block notes e della solita penna. Lavorava con noi, in quel periodo, il fratello di Enrico. Entrò anche lui in stanza. Il Capo incuteva sempre un po’ di timore. “Allora, Beppe”, disse il Capo, “facciamo questo fonogramma per la traduzione (non esistevano i fax in quel periodo), dunque: Da CC - Cap.no Ragosa – Trapani at Ministero eccetera, eccetera … Sì, per la traduzione, hai capito? Bene! Facciamone un altro …”. Me ne dettò una decina e, ogni volta che il Capo ci chiedeva “Capito?”, sia io sia il fratello annuivamo. “Bene, allora andate a zappare!”. “Comandi, Capo!”, e il fratello “Comanda, Enrico!”. Usciti fuori dalla stanza, chiesi al fratello se avesse capito tutto. Mi rispose: “Non ho capito una mazza!”. “Figurati io!” gli risposi. Rientrammo in stanza per farci spiegare nuovamente!

La pesca è una delle passioni di Enrico. E per quanto possibile, coinvolgeva anche noi. Un fine settimana d’estate lo trascorremmo a Favignana. Ci ospitò un amico. La Domenica mattina facemmo una levataccia, saranno state le quattro. “Sveglia, amore, il caffè. Su, andiamo a pesca.”. Canne professionali al seguito. Trascorremmo circa tre ore al molo senza vedere l’ombra di un pesce. Verso le 9,00 giunse un ragazzino di 12 anni circa, munito di un amo e una specie di filo che assomigliava vagamente a una lenza. In meno di mezzo minuto tirò su un grosso muggine. Rimanemmo stupiti, ma soprattutto mortificati e il Capo disse: “Saremo pure bravi guerrieri, ma da qui andiamocene e alla svelta!”.

Il Comandante ha sempre avuto nel cuore gli appartenenti al Corpo degli Agenti di Custodia. A Trapani, dove era stata nel frattempo ridata la dignità agli Agenti, il Capo aveva incaricato due suoi uomini per il ritiro, presso la Ceramica Ericina, dei Crest del Corpo che egli stesso aveva ideato e commissionato. Quel giorno andarono a ritirarne un bel po’. Il commerciante consegnò un regalino per il Capo, e qualche regalino per loro stessi. Il Bazzica, furbo napoletano e caro amico del Capo, ammonì Eugenio di non fare cenno ad alcuno dei regali, altrimenti il Capo li avrebbe requisiti. Gli disse: “, Euge’, tu entri nell’appartamento, lo distrai, e io passo dall’altro lato del corridoio e vado in Caserma. Così fecero. Il Capo conosceva bene i suoi polli. Eugenio entrò nella stanza del Capo ma non vide nessuno. Il Bazzica passò dall’altra parte del corridoio, ma non arrivò in Caserma perché trovò il Capo a sbarrargli la strada mentre gli diceva: “Dove cazzo vai con quella refurtiva? Posa l’osso!”. Eugenio abita a Trapani e il suo pegno fu quello di recapitare al domicilio del Capo alcune porzioni di lasagne fatte in casa. Le assaggiammo un po’ tutti. Sì, è così, il Capo. Fa il goloso ma poi divide.

Una cosa lo faceva andare in bestia: quando veniva a conoscenza che uno dei suoi tanti uomini sparsi nei vari istituti della Repubblica era bistrattato in qualche modo dai superiori. Batteva il pugno sul tavolo e diceva: “I miei figli non si toccano!”. Sì, ci considera suoi figli! A volte qualcuno effettivamente se la cercava, ma lui: “Anche se quello è un figlio scemo, è pur sempre mio figlio! Non si devono permettere di trattarlo così. Se necessario, lo punisco io!”. Naturalmente risolveva ogni problema ai suoi uomini.

Ha sempre tenuto agli Agenti di Custodia. Un giorno un Agente, la cui solerzia nel lavoro era nota, gli chiese udienza per un problema legato a un provvedimento disciplinare, emesso a seguito di un rapporto elevatogli per  una fantomatica infrazione sul muro di cinta. Il Capo lesse i fatti contestati e poi, preso il foglio, disse: “Non è buono neanche per pulirsi il culo!”. Chiarì subito la cosa col Direttore che, ovviamente, provvide in favore dell’Agente. Il Capo ama chi lavora.

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