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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 28/11/2011  -  stampato il 05/12/2016


Enrico Ragosa: Maxiprocesso, sequestratori e terroristi

La sera del 9 febbraio 1986, vigilia dell’inizio del Maxi Processo, Enrico, io e altri cari colleghi, eravamo all’interno dell’Ufficio Matricola dell’Ucciardone. C’era chi dettava e chi batteva a macchina. La vecchia Olivetti! Si preparavano gli ultimi stampati, gli ultimi elenchi riguardanti il processo. Si lavorò fino alle cinque di mattina. Il Capo mi disse: “Beppe, ormai è inutile andare a letto. Facciamoci una doccia e poi ci rechiamo in aula!”. Ne convenni. Mai avremmo potuto rinunciare ad assistere all’inizio del Maxi Processo. L’evento era storico! Lo testimoniava anche la presenza delle tivù di mezzo mondo. Ci sedemmo nel settore di sinistra rispetto alla Corte. Ma eravamo esausti! Il frastuono nell’aula conciliava paradossalmente il sonno. Mi assopii da seduto. “Bebbe, cosa fai dormi? Ci guarda mezzo mondo!”. Dopo un po’: “Capo, tutto bene?”. Si era assopito anche lui. Andammo avanti così fino alla fine dell’udienza. Ma c’eravamo!

Fu sua l’idea di informatizzare il Maxi Processo, ovviamente per ciò che concerneva il punto di vista carcerario. A dire il vero, ne beneficiò anche la Corte d’Assise. Ma dietro a questa manovra importantissima, che segnò una svolta epocale per la successiva informatizzazione degli Uffici Matricola, ci furono tante notti di lavoro. Era riuscito a reclutare un Ingegnere informatico, palermitano, molto bravo e competente. Equilibrato. Anche simpatico. Era disponibile soltanto la sera, dopo cioè il suo normale turno di lavoro. Si prestò a questa scommessa. E la vinse. Insieme a tutti noi. Per la verità rischiò più volte di fumarsi il cervello per le continue, pressanti, assillanti e svariate richieste di Enrico che una ne pensava e cento ne faceva. Il Capo non era mai contento del risultato raggiunto, cercava sempre il meglio. E alla fine lo otteneva. Per la cronaca: anche l’Ingegnere si abituò a chiamarlo Capo, e lavorò al computer anche di notte, con noi.

A Palermo condividevamo l’Ufficio col Capo. Così come a Napoli, a Trapani o altrove. Il Capo stava sempre in mezzo a noi. Un giorno, dopo aver ricevuto una telefonata, ordinò perentoriamente:  “Fra dieci minuti vi voglio tutti in divisa nuovamente qui, in ufficio!”. Così fu! Con noi “zappava” un Appuntato del luogo le cui misure corporali non rispondevano ai normali canoni, per cui la divisa non gli donava tanto. Era un po’ grassoccio! Il problema che era stato rappresentato per telefono al Capo era molto serio, noi lo avevamo intuito ed eravamo naturalmente pronti ma un po’ tesi. Non appena il Capo vide il collega in divisa, esclamò: ”Belìn, quanto fai schifo vestito così! Rivestiti come prima!”. Le risate non furono normali. Il Capo sdrammatizzava sempre prima di un’operazione delicata e pericolosa. Il collega era molto autoironico per cui fu il primo a scoppiare dal ridere. Sappiamo tutti che quando Ragosa “ti prende a parole” è segno che ti vuol bene. “Vai a zappare, buliccio (che in genovese significa gay)!”.

Il Presidente della Corte d’Assise era contento dell’operato di Enrico. E un giorno gli disse: “Capitano, Lei è un ottimo Comandante!”. Lui rispose: “E’ vero, Signor Presidente. Questo è perché scelgo gli uomini migliori!”. Ha sempre impiegato gli uomini giusti al momento giusto.

E’ amante della divisa, della forma e della disciplina. La gestione di un importante pentito di mafia richiede un certo rigore nella scelta degli uomini da impiegare per la sua custodia. Enrico ha sempre scelto personalmente i suoi uomini. Giunse nella struttura detentiva un giovane Agente, segnalato da Piero, caro amico e valido collaboratore del Capo. Avvertii Furia che mi autorizzò a farlo entrare in ufficio, voleva prima conoscerlo. Il ragazzo si comportò come se Enrico fosse per lui un vecchio amico. Il Capo lo fece accomodare, si alzò dalla scrivania, fece il giro e gli si  sedette di fronte. Gli offrì una sigaretta e gli chiese se gradiva un caffè. Il ragazzo accettò la sigaretta, rifiutò il caffè e cominciò a parlare col Capo quasi a tu per tu! Non aveva capito un tubo. Il Capo mi disse: “Ricominciamo daccapo. Istruiscilo e poi lo riaccompagni!”. Spiegai a quell’Agente che il lavoro che si sarebbe apprestato a fare era estremamente delicato e impegnativo, ed era opportuno che si iniziasse già dal rispetto del grado e delle responsabilità di ciascuno. Il ragazzo capì, ma nel contempo si intimorì. Rientrammo in stanza. Si presentò sugli attenti e rimase in piedi. Il Capo gli disse: “Così va meglio. Adesso chiamami Piero”. Con ciò intendeva dire all’Agente di contattare il suo sponsor, Piero, al telefono e metterlo in comunicazione col Capo. Ma il ragazzo, impaurito, si rivolse timidamente al Capo e lo chiamò, quasi sottovoce: “Piero!”. Scoppiammo a ridere a crepapelle. Ovviamente restò con noi a … zappare!

Mi viene in mente un ultimo episodio del quale non sono stato un testimone diretto, ma mi è stato raccontato da qualcuno che nel frangente lavorò al suo fianco. Non ricordo molto bene i particolari, ma vale la pena ricordarlo comunque. Marassi era in rivolta. Alcuni detenuti tenevano in ostaggio delle guardie e minacciavano di ucciderle. Anche i Carabinieri avevano fatto ingresso in istituto quale forza di supporto. La situazione precipitava. Enrico decise di entrare in Sezione, cercò di trattare e si offrì quale ostaggio in cambio degli Agenti. Disse ai sequestratori: “Lasciate liberi i miei Agenti. Prendete me in cambio. Vi do anche il culo, ma lasciate i miei Agenti!”. Gli Agenti furono rilasciati, Enrico non fu merce di scambio. Nei giorni successivi la cella interessata fu monitorata. Non esistevano ancora i moderni mezzi della tecnologia e i sequestratori parlavano un dialetto genovese molto stretto. L’unico in grado di comprenderli era proprio Enrico che, all’uopo, si era piazzato all’esterno della finestra della cella, al piano terra. Chinato per non farsi scoprire. Tra i tanti discorsi, sentì anche una frase: “Belin, Ragosa ha offerto il culo. Sarà un po’ buliccio?”. Enrico lasciò perdere la copertura, si alzò e, attraverso la finestra, replicò: “Buliccio a chi!?”. L’operazione era tecnicamente fallita. Successivamente, per fortuna, nacque il pentito!

Capo, ho voluto unirmi ai tanti cari amici e colleghi che Le hanno tributato ancora una volta il loro affetto, la loro amicizia e il loro ringraziamento.

Quel ragazzo siciliano, che volle testardamente tornare in Sicilia, La ringrazia ancora una volta per tutto il bene che ha ricevuto, per quelle volte che Lei gli ha salvato la vita e per i Suoi insegnamenti che custodisce gelosamente nel proprio cuore. A presto, per poter ricordare insieme. Un caro abbraccio,

Beppe

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