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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/12/2011  -  stampato il 09/12/2016


Era un Agente di Polizia Penitenziaria

Rientravo in carcere come accade ogni sera da qualche decennio, e non perché io sia un funzionario della Casa Circondariale, ma perché la mia condizione è quella di cittadino detenuto per metà libero, infatti di giorno svolgo la mia attività lavorativa, mantengo le relazioni famigliari,  affettive e sociali, mentre la sera ritorno nella mia cella a fare i conti non più solo con i pesi del passato, ma con il futuro che è già oggi.

Ho saputo che un altro uomo se ne è andato dal carcere, ma non è fuggito, nè ha agito disperatamente, non è  morto dentro un’azione personale muta e sorda, è scomparso per un accidente, un arresto cardiaco, non era un detenuto, ma un Agente di Polizia Penitenziaria.
Un episodio come tanti altri, che può accadere tutti i giorni e a chiunque, se non fosse che quest’uomo io lo conoscevo, risultando una persona profondamente umana e rispettosa del proprio ruolo, e della condizione di tanti altri uomini privati della libertà.

Umanità e giustizia hanno parentela stretta, storie che non sono di ieri, ma di tempi trapassati, che però hanno  temprato gli individui, le generazioni, le società, imparando anche dentro una galera a crescere insieme, rispettando se stessi e gli altri. E questo nonostante il carcere sia ridotto a una arena di residualità di poco interesse.

Un Agente che sapeva distinguersi, ascoltare, consegnare una parola non soltanto di conforto, ma precisa nell’informare chi era in difficoltà, un agente che non ha mai lesinato accenti  autorevoli per rendere corretta e quindi applicabile la norma.

Un uomo consapevole della propria professionalità, dell’importanza del proprio mandato, uno di quegli uomini che consentono di accorciare le distanze, di sostituire alla parola ideologia la parola risocializzazione, opponendo una volontà valoriale dedicata a contrastare quella desensibilizzazione altamente cancerogena che attraversa il carcere e buona parte del  consorzio sociale.

Anche in una cella può accadere che l’uomo faccia un passo indietro e possa avverarsi un dialogo costruttivo, leale, onesto, nella consapevolezza di un nuovo percorso formativo e  esistenziale, uno spazio dove c’è una pena che, sì, sottoscrive la privazione della libertà, ma allo stesso tempo obbliga al rispetto della dignità di chi è detenuto, con la possibilità di svolgere una prevenzione di forma e di contenuti appropriati a una espiazione funzionale alla salvaguardia della collettività.

Nonostante i problemi endemici all’Amministrazione Penitenziaria, da restringere drammaticamente la vivibilità del recluso, c’è comunque speranza di avviarci verso un modo nuovo di intendere la pena,  il rispetto delle persone prigioniere o libere, degli operatori penitenziari e degli uomini in cammino verso la propria liberazione, reclamando con un comportamento dignitoso e equilibrato quelle riforme necessarie e non più rinviabili.

Era un Agente di Polizia Penitenziaria, dalle buone maniere, deputato a fare rispettare le regole e le norme, ma anche una persona che non ci stava ad abdicare al suo dovere di educatore e di operatore di giustizia, un riferimento che con la sua presenza pacata e attenta, sapeva mettere pancia a terra molte delle contraddizioni di cui si nutre il carcere, ma soprattutto con il suo comportamento equilibrato, non contribuiva mai a rafforzare una “collettività di distratti e noncuranti”, causa nefasta di quell’indifferenza dell’uomo verso l’uomo.

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