www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/12/2011  -  stampato il 06/12/2016


Enrico Ragosa - l'opinione del Presidente del Maxiprocesso Alfonso Giordano: "Una presenza provvidenziale"

Ho conosciuto Enrico Ragosa molti anni fa. In tutto questo tempo ho avuto modo di apprezzarne le qualità e ne ho approfittato per imparare qualcosa. L'ho conosciuto e lo conosco da vicino, ma qui non voglio unirmi ai tanti che già ne hanno cantato le lodi. Il mio giudizio sarebbe troppo "di parte", troppo dettato dall'affetto autentico che provo per lui.

Siamo entrambi genovesi, e condividiamo molto. La parola belin all’inizio ed alla fine di ogni discorso, ad esempio, che è la parola principale del nostro vocabolario genovese e può essere usata quasi sempre, visto che significa tutto e il contrario di tutto. Alcuni etnolinguisti assicurano che usando le seguenti cinque parole è possibile conversare amabilmente con i xeneisi : "belin", "ohua", "mussa", “fugassa", "salùo". Confermo.

Disgressioni xeneisi a parte, quello che è stato detto di lui fino ad ora è sempre venuto dall'interno dell'Amministrazione e spesso dai suoi stessi colleghi-amici-sottoposti. Questo non può che aver "sbilanciato" i giudizi a suo favore, perciò, per chi volesse avere un altro tassello per conoscere chi è stato Enrico Ragosa per la Polizia Penitenziaria e per lo Stato, propongo di leggere le parole che seguono e che sono state scritte da Alfonso Giordano, il Presidente del Maxiprocesso alla mafia nel libro "IL MAXIPROCESSO - Venticinque anni dopo, il memoriale del presidente" e che sono il suo personale ricordo di quei fatti.

Scignuria, Cumandante!

 

UNA PRESENZA PROVVIDENZIALE

Nell’imminenza dell’inizio andavo riflettendo sulle probabili difficoltà cui saremmo andati incontro. Dato l’alto numero dei detenuti quello della loro chiamata con gli accertamenti relativi alla loro presenza e alla loro difesa tecnica costituiva di certo un problema di non facile soluzione. Ma fortunatamente la Provvidenza, nella persona del Direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena dott. Amato, pensò d’inviarci l’allora capitano dell’Esercito, ma applicato al Corpo degli Agenti di custodia, il genovese Enrico Ragosa. Un giorno si presentò a me quest’ultimo, un pezzo d’uomo dal viso che pareva scolpito nella pietra, ma dall’intelligenza non comune, fornito di una raffinata sensibilità che nasceva certo da una personalità maturata nel senso del dovere, ma illuminata da una fervida fantasia e da una innata capacità raziocinante di fulminea comprensione delle situazioni e dei rimedi apprestabili. Di lì a poco mi trovai nella situazione di apprezzare tali doti e la mia riconoscenza nei confronti di chi aveva accolto la sua proposta di collaborare nella complessa organizzazione del processo è ancora – a distanza di tanti anni – sincera e sentita.

Infatti, solo alla prima udienza fu necessario un notevole numero di ore per esaurire tale adempimento. Subito dopo attraverso l’inserimento dei nomi degli imputati detenuti nel computer all’uopo programmato nella Casa circondariale di Palermo, in tempi brevissimi avevamo il quadro delle presenze e delle assenze degli imputati e raggruppando questi ultimi per difensori (molti degli avvocati più noti ne difendevano un consistente numero) si completava rapidamente il verbale, consentendo di passare alle altre fasi processuali.

Ma, naturalmente non fu soltanto questo l’apporto di Enrico Ragosa – oggi meritatamente assurto alla funzione di Direttore generale dell’Istituto di prevenzione e pena al Ministero della Giustizia – Egli ci seguì collaborando con noi e manovrando quel popolo di detenuti, allontanandoli con sapienza nelle pause necessarie del processo ed occupandosi persino della dislocazione dei prevenuti in cattività nelle gabbie esistenti nell’aula dove il processo veniva celebrato.

Ricordo che nei primi giorni della sua venuta nell’intrattenersi sulle questioni tecniche attinenti naturalmente alla gestione degli imputati in stato di detenzione, mi accorsi che egli si rivolgeva preferibilmente al collega Grasso. Scorsi facilmente in quell’atteggiamento il riflesso delle riserve avanzate a suo tempo in sede di Consiglio superiore sulla sedicente mia scarsa esperienza penalistica. Riserve che, nella loro sostanziale infondatezza, avevano in realtà l’unico scopo di evitare che fossi io a presiedere quel processo come già sufficientemente dimostrato nel primo capitolo di questo libro. Non per nulla il mordace e geniale Voltaire (che di certo se ne intendeva) ebbe a creare il celebre motto spregiudicato: calonniez, calonniez, quelque chose restera!

Perciò, lo guardai fisso e gli dissi: –  Guardi, capitano, che il Presidente sono io!

E debbo dire che l’intelligente ufficiale non se lo fece ripetere due volte. Si creò fra noi da quel momento – e si perfezionò nei lunghi giorni di intensa attività vissuta anche da lui con cameratesca comprensione – una sincera amicizia, sul presupposto d’una reciproca stima che è rimasta nel tempo, ritengo nei confronti d’entrambi, inalterata.