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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/02/2012  -  stampato il 08/12/2016


L’Espresso conferma quello che il Sappe denuncia da tempo: al Dap sprechi e privilegi, Polizia Penitenziaria senza soldi e mezzi e carceri da terzo mondo.

Sull’ultimo numero de L’Espresso, in edicola venerdì scorso, è stata pubblicata un’inchiesta sugli sprechi del Dap che ha conquistato addirittura gli onori della copertina dove – con il titolone “Carceri d’oro” – campeggia l’immagine di una poltrona in stile Luigi XV fotomontata all’interno di una sezione detentiva.

Il fotomontaggio realizzato per la copertina dell’Espresso sembra rappresentare la summa di tutto quello che il Sappe denuncia da anni.

L’inchiesta, che riportiamo integralmente sul sito del Sappe (link cliccabile a piè di pagina), mette il dito nella piaga degli sprechi e dei privilegi dei Grand Commis del Dap in contrapposizione alle condizioni da terzo mondo delle carceri e (aggiungo io) alle condizioni di estremo disagio lavorativo dei poliziotti penitenziari.

Tuttavia, lo scoop dell’Espresso, pur se abbastanza dettagliato e senza alcun timore reverenziale verso chicchessia, non ha scoperchiato completamente il pentolone delle ingiustizie, delle prevaricazioni, dei privilegi e degli indebiti benefici di cui si sono appropriati i dirigenti del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, soprattutto quelli che occupano da tantissimi anni le stesse poltrone di potere.

Lirio Abbate, il redattore che ha realizzato l’indagine giornalistica, non è riuscito a raggiungere il fondo del pozzo nero degli sprechi dipartimentali, un po’ perché reticenze e omertà hanno ammantato parecchie sacche di privilegio e un po’ perché una fotografia a 360 gradi della situazione non sarebbe mai entrata nelle poche pagine dell’inchiesta ma avrebbe richiesto la pubblicazione di un libro.

Se il giornalista avesse davvero raggiunto il fondo, sarebbero emersi altri scandali come, ad esempio, quello della Rivista patinata del Dap che non legge nessuno (spesso finisce ancora impacchettata nei bidoni dell’immondizia) ma che è costata , fino ad oggi, più di 5 milioni di euro e continua ad essere pubblicata al prezzo di due/trecentomila euro l’anno, ovviamente fondi pubblici.

Abbate avrebbe anche potuto raccontare della lussuosa ristrutturazione del palazzone di largo Daga, dove è stata realizzata una hall lastricata di marmi pregiati e tappezzata di legno massello , degna dei migliori alberghi a cinque stelle, o scoprire che all’interno del Dap è stata costruita, ovviamente a spese dell’amministrazione penitenziaria, una Cappella per le cerimonie religiose (???).

Avremmo potuto scoprire i motivi e le ragioni per le quali certi dirigenti, generali e non, sono stanziali al Dap da più di vent’anni, dove ricoprono da sempre gli stessi incarichi come fossero fisiologici alla persona.

Avremmo potuto scoprire i motivi per i quali alcuni direttori generali e vice capi dipartimento sono presenti in tutti (ma proprio tutti) i Consigli d’Amministrazione, Comitati di Indirizzo, Comitati di Vigilanza e qualsiasi altra Commissione di controllo e di garanzia nonostante l’assurda commistione tra controllore e controllato (senza parlare poi dei gettoni di presenza…).

E avremmo avuto modo di comprendere come alcuni Consigli Direttivi, già composti in maggioranza dagli stessi dirigenti che dirigono le strutture alle quali si riferiscono, si riscrivono da soli gli statuti ed epurano quei pochi consiglieri che non appartengono alla casta.

Insomma, se il bravo giornalista dell’Espresso fosse riuscito ad arrivare fino in fondo, avrebbe svelato tantissime altre ingiustizie di kafkiana memoria che trovano nel dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il loro habitat naturale.

Chissà, però, che Lirio Abbate non raccolga la sfida e voglia davvero realizzare un istant-book sulla vicenda?

Se così fosse, offro fin d’ora tutta la mia collaborazione.

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