www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/02/2012  -  stampato il 07/12/2016


Intervista anonima ad Agente: "in carcere puņ succedere di tutto, sei fortunato se torni a casa intero"

La fotografia del carcere di Capanne, scattata da un agente di Polizia Penitenziaria che, dietro le sbarre ci vive, è un crocevia di umanità ‘deviata’ dove si tira a campare grazie al compromesso tra ‘guardie’ e ‘ladri’.

In tre stipati in una stanza di sei metri quadrati (in origine una singola) e con pochi agenti a controllare a causa del sovraffollamento e della carenza di organico della polizia. Seicento reclusi quando il carcere è stato costruito per 300 (capienza ottimale). Perché il «sistema è debole»; i «meccanismi corrotti» non consentono la reale applicazione delle sanzioni per chi sgarra.

E l’amara constatazione resta la stessa per tutti: «Oltre alla libertà che cosa gli puoi levare ad un carcerato?». Francesco - lo chiameremo così - ha deciso di restare anonimo ma di raccontare i suoi giorni dietro le sbarre. Da vent’anni lavora alla Penitenziaria. «Perché è un posto fisso.. Se tornassi indietro non lo rifarei è il Corpo dove è più alto il numero di suicidi e malattie. E’ stressante, snervante... e poi, in queste condizioni. Noi dovremmo fare 6 ore e ne facciamo 8. Significa che chi stacca alle 24 torna in servizio dalle 8 alle 16 e poi, di nuovo, alle 24. Gli organici sono allo stremo ovunque ma se ci sono pochi poliziotti o carabinieri escono meno pattuglie. Noi no, dobbiamo comunque garantire quel servizio. Così saltano i livelli minimi di sicurezza. Quando monti a lavorare che sei stanco può succedere qualsiasi cosa e sei fortunato sei torni a casa tutto intero».

Ancora peggiore la situazione del Nucleo traduzioni. «La chiamiamo la ditta Berardi, dalla mattina presto alla sera tardi. Fanno anche 25 ore consencutive (da Spoleto ad Agrigento per portare qualcuno e ritorno fino a Roma con i detenuti) e quando scorti un 41bis devi stare sveglio. Io l’ho fatto e in aereo mi addormentavo con la mitraglietta in mano... Se non dormi e non mangi...».

Le ultime notizie di cronaca - un detenuto suicida e un altro che ha ingoiato una lametta - hanno riportato all’attenzione la ‘polveriera’ Capanne. Che succede? «Perugia è una casa circondariale dove la maggior parte dei reclusi sono in attesa di giudizio e l’85% sono extracomunitari (mentre la media nazionale è del 34%). E’ difficile applicare un processo di riabilitazione e non c’è nemmeno la volontà di individuare il problema da parte del Dipartimento e, più in generale dello Stato. Per non parlare dell’opinione pubblica: interessata a sapere se Amanda Knox balla e canta in galera. Da noi non ci sono educatori ad esempio.

Quattro per 600 detenuti cosa possono fare? E così si chiede alla polizia penitenziaria di intervenire dove la società ha fallito».

Voi in che modo intervenite? «Il rapporto tra poliziotti e delinquenti è conflittuale e tutto si risolve sul personale. Da uomo a uomo. Alla fine è come se fosse una famiglia e bisogna trovare un’intesa».

Perché? «Perché non riusciamo ad applicare alcun tipo di sanzione di quelle previste dal regolamento. I provvedimenti disciplinari non vengono attuati per il sovraffollamento e la mancanza di personale e così i detenuti si approfittano. ».

Gli atti di autolesionismo? «E’ un fenomeno che riguarda i magrebini. Sono manifestazioni di dissenso: si tagliano le vene, ingoiano le lamette o le batterie. Uno una volta si è cucito la bocca con l’ago e il filo. Una sera un detenuto si tagliò perché voleva passare delle frittelle da una cella all’altra... ma erano le 23 e a quell’ora non si può. Così glielo proibimmo».

E’ opinione diffusa che in carcere è più semplice gestire i detenuti pericolosi che gli stranieri, spesso spacciatori, arrestati per reati minori. E’ vero? «Meglio 60 albanesi che 5 magrebini. Per non parlare dei detenuti di Spoleto. Quelli del nordafrica sono tossicodipendenti, molti sotto terapia psichiatrica e nel quotidiano non si riesce a instaurare un rapporto con loro. Gli albanesi invece ti rispettano, hanno un codice d’onore. Sono pericolosi per i tentativi di fuga e c’è una circolare specifica del dipartimento ma per il resto...».

E la faida magrebini-albanesi scoppiata in carcere nei mesi scorsi? «Erano una cinquantina ci hanno detto che avevano litigato per il pallone ma in realtà dietro c’è un’altra storia. La continua richiesta di ‘benefit’ - sigarette o generi alimentari - da parte dei nordafricai (più poveri) agli albanesi (più ricchi). La cosa positiva è che quando sono entrati i colleghi in cortile hanno subito smesso».

Aggressioni nei vostri confronti? «Sì purtroppo. Siamo l’unico Corpo autorizzato per legge ad usare la forza ma è ovvio che quando dobbiamo contenere un detenuto fisicamente lui reagisce... e soprattutto se la lega al dito. Aspettano quando abbassiamo la guardia e ci aggrediscono. E’ accaduto anche poco tempo fa: un recluso è saltato addosso ad un collega e gli ha dato un pugno in testa facendolo svenire. Voleva anche tagliarlo con la lametta ma un agente e un altro detenuto lo hanno fermato».

Come nascono i dissidi? Per cose futili, banali. Per le frittelle ad esempio o per l’ora d’aria. Chi vuole uscire deve farsi trovare pronto ad una determinata ora e invece qualcuno pretende che anche mezz’ora dopo apriamo i cancelli e li perquisiamo. Siamo troppo pochi».

E allora come va avanti il carcere? «Con la comprensione...».

di Erika Pontini -  "La Nazione"