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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/02/2012  -  stampato il 21/08/2017


Caro Provveditore... Lettera aperta di Walter Ego al provveditore regionale della Toscana.

Egregio Provveditore della Toscana,
Le chiedo anticipatamente scusa  se (nel caso in cui dovesse decidere di leggere questa lettera) ruberò qualche prezioso minuto del Suo tempo ma purtroppo, anche oggi, apprendo con grande tristezza che un mio collega in un istituto della Toscana è stato aggredito da un detenuto che lo ha mandato letteralmente all’ospedale.

Cosa c’è di nuovo o di così eclatante, Lei si domanderà, in un episodio che per chi come me, un poliziotto penitenziario, vive quotidianamente una realtà particolare, dovrebbe risultare di ordinaria amministrazione o, almeno, messo in conto?
Il problema principale è che il detenuto che ha picchiato il mio collega aveva aggredito con le stesse modalità un altro agente poco più di una settimana fa, nello stesso istituto. In quella prima occasione, mi risulta, ne era stato richiesto l’allontanamento per le ovvie ragioni che la logica ed il buon senso in questi casi suggeriscono. Tuttavia, il soggetto è rimasto dov’era ed ha fatto nuovamente ciò che si poteva facilmente immaginare.

Non so se il trasferimento del detenuto avrebbe risolto ogni problema. Certo è che la Sua inerzia (intesa come inerzia dei Suoi uffici di staff) non ha di certo impedito una situazione di esasperazione dalla quale è scaturita la nuova aggressione che - come le statistiche ci insegnano - solo un immediato trasferimento può impedire o comunque limitare.

Ora, però, vengo al problema per il quale l’ho importunata: ogni giorno, quando torno a casa dal lavoro, mio figlio mi salta al collo e mi chiede quanti cattivi ho arrestato e cosa ho fatto di bello. Io ho sempre maggiori difficoltà a nascondergli la verità e penso che qualcosa, anche lui, nonostante la tenera età, la stia intuendo. Faccio sempre più fatica infatti a raccontargli di un papà poliziotto che non esiste, che lotta contro i cattivi e vince sempre, che è amato e rispettato da tutti. Di certo non posso raccontargli che qualcuno, senza motivo, mi ha rovesciato un piatto di pasta addosso, mi ha offeso perché l’infermiere non era passato a dargli la terapia ed ha malmenato un mio collega perché chi doveva non ha provveduto a mandarlo via per tempo.

Mi rivolgo a Lei, chiedendoLe un suggerimento che, dall’alto della sua esperienza e cultura saprà certamente darmi: come faccio a dire a mio figlio che non sono un eroe perché qualcuno ogni giorno mi offende, mi aggredisce, svilisce la mia dignità e professionalità scaricandomi addosso le comprensibili frustrazioni di chi subisce un sistema oramai al collasso. Ed io non posso far nulla se non sperare di rientrare a casa senza passare per un pronto soccorso poiché ho perso ogni speranza che le cose possano andare meglio o che qualcuno riesca ad alleviare i problemi del mio lavoro e, di conseguenza, il mio disagio.

Attendo fiducioso una risposta e La saluto ossequiosamente.