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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/02/2012  -  stampato il 02/12/2016


Togliamo la pistola alla Polizia Penitenziaria

Ho letto con estremo sconcerto dell’ennesimo episodio di suicidio di un collega. Con altrettanto sconcerto ho appreso - da una dichiarazione rilasciata dal nostro Segretario nazionale - che dal 2000 ad oggi siamo alla centesima vittima in ambito penitenziario.

Se ripercorro con la mente gli ultimi dieci anni del mio lavoro e gli episodi di cronaca penitenziaria ho soltanto ricordo di un utilizzo dell’arma di ordinanza, da parte dei colleghi, per far del male a se stessi, per togliersi la vita. Mai mi è capitato di leggere (per fortuna, è il caso di dirlo) di scontri a fuoco o di un utilizzo dell’arma in occasione di operazioni di servizio.

Allora mi chiedo: se l’arma di ordinanza, da un inconfutabile dato statistico, è utilizzata prevalentemente per stroncare la vita di chi la detiene e, almeno al momento, non c’è alcuna soluzione a questa immane tragedia, stante anche la sordità di chi dovrebbe ascoltare la voce del disagio dei poliziotti penitenziari che inutilmente si leva per chiedere aiuto, con la conseguenza di nuove tragedie con cadenza da cronaca di una morte preannunciata, perché non ritirarcela e restituircela quando una soluzione adeguata sarà trovata a questa “strage bianca”?

Certamente la mia è una provocazione, evidentemente esasperata dalla sensazione di impotenza provata da chi, come me, un giorno ha ricevuto la telefonata che annunciava la morte di un collega che aveva deciso di utilizzare contro se stesso ciò che avrebbe potuto, in qualche altra occasione, salvargli la vita.

Non escludo di potermi trovare, un giorno, nella stessa situazione di disagio di coloro che hanno deciso di compiere questo gesto insano. Non lo escludo. Spero solo che, in quel caso, qualcuno se ne possa accorgere per tempo.