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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/03/2012  -  stampato il 04/12/2016


Trattativa Stato-mafia: la storia dell’Italia č passata dalle carceri

Che la figura del Capo DAP sia una carica politica è ormai chiaro a tutti. Non è un caso che dopo Nicolò Amato i Capi DAP sono rimasti non più di tre anni: prima di tutto c’è da spartirsi un bel bottino (543.954,42 euro l’anno quale compenso da Capo DAP e Capo Polizia Penitenziaria) che evidentemente fa gola a molti e poi…

Polizia Penitenziaria? Sovraffollamento? Trattamento teso al recupero del condannato? Argomenti da sindacalisti o al massimo da politici romantici. Al DAP ci sono ben altre storie da seguire e di cui occuparsi. Altro che articolo 27 della Costituzione!

Al DAP, ma in generale nelle carceri italiane e soprattutto in alcune di esse, è passata la storia d’Italia, ma non quella che si legge sui libri di scuola. Si tratta di una storia che forse non conosceremo mai perché i protagonisti “sono passati a miglior vita” oppure perché verrà opposto il segreto di Stato.

E’ una storia che si può solo intravedere dalle dichiarazioni dei testimoni che stanno parlando in un’aula di Palermo dove si sta svolgendo il processo agli ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano.

Tra le ultime testimonianze spicca quella di monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri, e testimone della gestione, ai più alti livelli, del 41 bis negli anni della trattativa mafia-Stato. Fabio Fabbri è stato il “vice” dello storico Ispettore generale dei cappellani, Cesare Curioni (che nel frattempo è deceduto), buon amico dell’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro (che aveva la sua abitazione privata a 200 metri dalla sede del DAP). Guarda il video in fondo a questo articolo

Monsignor Cesare Curioni, una sorta di eminenza grigia del mondo carcerario, è  l’uomo a cui il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, nel giugno del ’93, chiese consiglio per scegliere il successore di Nicolò Amato, silurato dalla guida del DAP per far spazio (così hanno dichiarato altri testimoni) a Francesco Di Maggio un dirigente che alcuni hanno definito più ‘’morbido’’ sulla questione del carcere duro.

Secondo il teste “Curioni aveva in mano la politica nazionale, ha fatto e disfatto governi”. Parlando dei rapporti fra l’ex Ispettore generale dei cappellani delle carceri e Scafaro, Fabbri ha sostenuto che i due si conoscevano da tempo“da quando il presidente era magistrato a Voghera e lui era cappellano a San Vittore”.

E il carcere di San Vittore è proprio una di quelle carceri in cui è passata la storia d’Italia… soprattutto quella degli ultimi venti anni. Ma ce ne sono altri e a spiegarcelo è sempre Fabio Fabbri in una dichiarazione rilasciata al Fatto Quotidiano subito dopo l’udienza del processo: Mike Bongiorno? ‘’Cominciò grazie al nostro aiuto. Nel dopoguerra, fu Curioni a chiamarlo a fare i primi spettacolini nel carcere di San Vittore’’. Dario Fo? ‘’Chiedetegli quanto deve a monsignor Curioni’’. ‘’Dovete sapere che il carcere milanese di San Vittore, insieme a Rebibbia, l’Ucciardone e Secondigliano, è uno dei principali istituti di pena italiani, frequentato dai più famosi magistrati, e da numerosi deputati in visita. E’ insomma, un centro di potere’’. E un centro di potere, a quanto emerge dal suo racconto, sarebbe stato l’intero mondo delle tonache nere in servizio pastorale all’interno delle prigioni. “Curioni – ha detto senza peli sulla lingua in aula – che per quarant’anni è stato cappellano di San Vittore, ha fatto e sfatto governi’’.

E noi poliziotti a preoccuparci delle circolari del DAP, di come deve essere suddiviso il FESI, di quando sarà bandito il prossimo interpello di trasferimento…

Nelle carceri è passata la storia dell’Italia. Alcuni aspetti noti, meno noti.

Se si vorrà davvero fare luce su questa Storia degli ultimi decenni, non si potrà prescindere dal conoscere e capire cosa è successo e forse succede ancora, in quelle stanze e in quei corridoi del DAP e in alcune carceri gestite dell’Amministrazione penitenziaria e suoi dirigenti.


 

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