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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/05/2012  -  stampato il 04/12/2016


Giovanni Tamburino come Mario Monti: la chiamano “emergenza” ma fino ad oggi loro dove erano?

Sulle carceri chiunque può dire qualunque cosa, tanto non c’è nessuna verifica, nessuna statistica, nessuna attività di monitoraggio. Tutti possono aprire bocca e proferire qualunque frase, tanto non c’è mai un riscontro oggettivo. Persino Giovanni Tamburino, attuale Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, può dire che è arrivato il momento di mettere in atto soluzioni d’urgenza, altrimenti rischiamo che il Paese esca da un quadro di legalità costituzionale.

Tanto più si cita la Carta Costituzionale tanto meno si fa qualcosa per attuarla.

Intanto sarebbe da chiarire un fatto (non a Tamburino che lo sa già, ma agli altri che vorrebbero capire qualcosa quando si parla di carcere): siamo già fuori dalla Costituzione. L’intero art. 27 è ampiamente disatteso, sia nella parte in cui  parla della presunzione d’innocenza, sia in quella ove viene indicata la natura rieducativa della pena.

Giovanni Tamburino lo sa bene perché dal 1999 al 2005 è stato il Direttore dell’Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Sei anni passati al comando di quello che sulla carta è l’Ufficio più importante dell’intera amministrazione penitenziaria: l’Ufficio che promuove e svolge attività di ricerca, studio e documentazione nel settore dell'esecuzione penale, e si configura come strumento di conoscenza, consulenza e orientamento per l'amministrazione penitenziaria e per la produzione normativa specifica” (pagina dell’Ufficio Studi … del sito web del Ministero della Giustizia). In quei sei anni ha tenuto anche a battesimo la rivista ufficiale dell'Amministrazione penitenziaria (Le Due Città).

Giovanni Tamburino lo sa ancora meglio perché successivamente passa i restanti anni (prima di diventare l’attuale Capo del DAP) a dirigere Tribunali di Sorveglianza: prima quello di Venezia (dal 2005 al 2010, dove a Venezia era già stato Giudice al Tribunale ‘86/’92 e Consigliere di Corte d’Appello ‘99/’05) e poi il Tribunale di Sorveglianza di Roma dal 2010 fino al 2012 quando è stato scelto per dirigere l’Amministrazione penitenziaria.

Tanto per rinfrescarci un po’ tutti la memoria, andiamoci a rileggere cos’è la Magistratura di Sorveglianza: La magistratura di sorveglianza ha il compito di vigilare sull’esecuzione della pena nel rispetto dei diritti dei detenuti e degli internati, interviene in materia di applicazione di misure alternative alla detenzione, di esecuzione di sanzioni sostitutive, di applicazione ed esecuzione di misure di sicurezza. In particolare, il magistrato di sorveglianza ha il compito di vigilare sulla organizzazione degli Istituti penitenziari; segnalare al Ministero della Giustizia le esigenze dei servizi; approvare il programma di trattamento individualizzato per ogni singolo detenuto (si, vabbé… ndr) e i provvedimenti di ammissione al lavoro all'esterno; provvede sulla remissione del debito e sui ricoveri dei condannati per infermità psichica; decide sulle concessioni dei permessi, sulle misure di sicurezza e sui reclami disciplinari e in materia di lavoro dei detenuti e degli internati. Al magistrato di sorveglianza sono conferiti ampi poteri di intervenire, su reclamo del detenuto, in materia di lavoro e di disciplina, con ordinanza. A questo scopo la legge pone al magistrato l'obbligo di recarsi di frequente in carcere e di sentire tutti i detenuti che chiedono di conferire.” (Legge 26 luglio 1975, n. 354).

Per chiarire ancora meglio il quadro in cui dovrebbero essere contestualizzate le parole di Giovanni Tamburino, ricordiamoci che è stato anche Vicepresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (‘92/’95) e nel 2004 co-fondatore e coordinatore del Coordinamento nazionale Magistrati di Sorveglianza italiani (CONAMS).

Allora mi sorge un dubbio: ma non è che Giovanni Tamburino in tutti questi anni sia vissuto nello stesso Paese di Mario Monti e dei suoi tecnici? Non solo gli somiglia nei tratti somatici, ma pure nella capacità di venire oggi ad ammonirci sulle emergenze penitenziarie e sulle difficili condizioni dei detenuti, quando negli ultimi venti anni proprio lui ha avuto incarichi di responsabilità in importanti settori dell’Amministrazione penitenziaria!

Se queste sono le premesse e le prime dichiarazioni, allora immagino le soluzioni …