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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/11/2009  -  stampato il 11/12/2016


Quanti morti ancora nelle carceri?

In relazione all’emergenza derivante dal sovraffollamento delle carceri e alla luce dei sempre più frequenti eventi tragici che stanno sconvolgendo ogni giorno il mondo penitenziario italiano, con suicidi e aggressioni che riguardano sia i detenuti che i poliziotti penitenziari, è opportuno fornire alcune precisazioni che diano lesatta contezza della situazione.

La Costituzione Italiana (art.27 c.3: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), le leggi che riguardano l’Ordinamento Penitenziario (in part. la legge 354/1975 e successive modifiche) e le cosiddette misure alternative si incentrano tutte sul principio della rieducazione e della riabilitazione del detenuto. Il recupero di un detenuto non dovrebbe essere solo un mero proclama legislativo o un’ispirazione teorica, ma un concreto doveroso obiettivo, considerato che la civiltà di un popolo si misura anche dal suo sistema carcerario. Il detenuto recuperato, inoltre, rappresenta una persona in meno che delinque. I suicidi dei detenuti e quelli dei poliziotti, le aggressioni quotidiane che si registrano tutti i giorni, il sovraffollamento costante sono ormai indice di una situazione esplosiva e malata che solo atteggiamenti miopi non riconoscono.

Eppure il Dipartimento sin dal 2004 aveva avviato un concorso per l’assunzione di 39 psicologi per coprire almeno parzialmente la totale carenza in organico di tali figure professionali (previste in totale 70) e aveva quindi approvato la graduatoria nel 2006 (B.U. Min. della Giustizia n.17 del 15.09.2006). Da allora, sorprendentemente, l’Amministrazione non ha proceduto ad alcuna assunzione, pur in presenza di tutte le condizioni economiche (disponibilità di risorse per assicurare tali prestazioni essenziali) e giuridiche e pur a fronte dell’aggravarsi della situazione nel sistema penitenziario, preferendo, invece, affidarsi ad un sistema di frammentate collaborazioni precarie e insufficienti.

Non si riesce, a questo punto, a capire come sia possibile che autorevoli rappresentanti di Governo e gli stessi Dirigenti dell’Amministrazione continuino a dichiararsi attenti e sensibili a quanto sta accadendo nelle carceri e poi non si attivino concretamente e seriamente ad affrontare tale stato di crisi, opponendosi addirittura, con pretestuose argomentazioni, all’assunzione degli psicologi vincitori di concorso, ledendone in modo così palese i diritti.

Il DAP arriva così a sostenere che le prestazioni svolte dagli psicologi sarebbero state trasferite al S.S.N. in base alla recente riforma sulla sanità penitenziaria attuata con D.P.C.M. 1° aprile 2008, quando poi contraddittoriamente afferma che le prestazioni psicologiche trattamentali e dell’osservazione sarebbero rimaste alla sua competenza. Esso non spiega allora il motivo per cui tali prestazioni non possano essere svolte dai vincitori di concorso assunti.

Viene il dubbio, allora, che non esista una concreta volontà di affrontare tale problema, anzitutto attraverso un (tra l’altro doveroso) reclutamento del personale psicologo per il quale è stato indetto un apposito concorso. Come è possibile che detenuti e operatori non possano disporre di un aiuto concreto così importante perché si possano realizzare al meglio la rieducazione efficace dei primi e le condizioni di lavoro adeguate per i secondi? A quanti suicidi (12 poliziotti suicidatisi negli ultimi due anni; 46 detenuti nel 2008 e 48 al 31.08.2009, secondo i dati consultabili su ) dovremo ancora assistere prima della nostra immissione in ruolo: possono consulenze di poche ore al mese affrontare situazioni così drammatiche? Occorrerebbero diversi psicologi a tempo pieno per ogni Istituto Penitenziario e per ogni Uepe esistenti in Italia, ma oggi addirittura non vengono assunti neppure i 39 vincitori del primo e unico concorso a psicologo su scala nazionale, che rappresenterebbero, quanto meno, il primo concreto segnale positivo. Ai detenuti e agli operatori, in particolare ai poliziotti penitenziari, alle loro famiglie vogliamo comunicare che stiamo facendo di tutto per essere assunti, da anni, esercitando un nostro diritto. Noi non ci arrendiamo, comunque: siamo in mobilitazione permanente perché crediamo nell’utilità del nostro lavoro. Non possiamo ancora aiutarvi concretamente, ma siamo con Tutti Voi.

Dott. Antonio De Luca Dott.ssa Mariacristina Tomaselli per i 39 psicologi non-assunti del Dap