www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 24/11/2009  -  stampato il 10/12/2016


Chi difende i difensori?

Purtroppo, mi sono già trovato a commentare dalle pagine di questa rivista tragici eventi che hanno colpito la Polizia Penitenziaria, sia come persone che la compongono sia come Istituzione, ma ancora una volta (oggi come allora) mi rammarico e mi rattristo di doverlo fare.

Certamente l’evento più tragico di questi ultimi giorni, quello che più ha colpito la coscienza collettiva, è stato la morte in circostanze drammatiche del giovane Stefano Cucchi nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Tuttavia, questo dramma non è stato l’unico ad aver rattristato i nostri cuori.

Abbiamo assistito, inermi, nel breve volgere di un mese al suicidio di due colleghi e di quattro detenuti e alla morte, per cause ancora da accertare, di altri tre. Inevitabile l’interesse degli organi di informazione sulle vicende, interesse morboso che ha scatenato una gara, senza esclusione di colpi, tra i media a scoprire la nefandezza più grave nelle carceri italiane. Ovviamente, in questo scenario, la Polizia Penitenziaria si è trovata in balìa del Quarto Potere (la stampa) e del Quinto Potere (la televisione) di questo Stato. Noi che abbiamo visto tre o quattro volte il film di Orson Welles, prima, e quello di Sidney Lumet, poi, sappiamo bene quanto siano inaffidabili ed inattendibili i mass media in queste circostanze, quando sono troppo presi ad affondare le mani in qualsiasi tipo di pasta gli capiti a tiro.

Sulla vicenda Cucchi, ad esempio, è stato scritto di tutto, attingendo alle fonti più improbabili (l’amico, l’amico dell’amico, l’allenatore, il vicino di casa...)senza che nessuno si curasse di affrontare il nocciolo della questione: perché Stefano Cucchi è stato mandato in carcere? Nessuno si è domandato (o ha domandato) se era proprio necessaria la carcerazione preventiva per un ragazzo così e per un reato così. Nessuno si è domandato (o ha domandato) se esistevano davvero quelle esigenze cautelari che il Codice pone come conditio qua non per il Giudice che deve emettere il provvedimento di custodia cautelare.

Magari avremmo potuto scoprire che anche la Giustizia, in certi casi, funziona in automatico laddove il Pubblico Ministero firma una richiesta su un modulo pre-stampato ed il Giudice lo recepisce in un omologo fac-simile fotocopiato. E’ normale che né il Giudice, né il PM, né l’Avvocato difensore si siano accorti che il ragazzo non era in grado fisicamente di sostenere lo stato detentivo?

Nel frattempo, cestinate queste domande probabilmente di scarsa presa sull’opinione pubblica e per nulla appetitose in previsione di audience, abbiamo avuto modo di leggere eminenti pareri ed illustri opinioni sulla triste vicenda. Purtroppo, gli eminenti pareri e le illustri opinioni non si sono limitate all’episodio e alle circostanze ma si sono inevitabilmente trasformati in giudizi sul sistema carcere, in generale, e sulla Polizia Penitenziaria, in particolare, per la quale hanno alimentato un vero e proprio processo mediatico. Nella valutazione dei giudizi espressi, e ampiamente ripresi dai mezzi di informazione, non abbiamo potuto far altro che scrivere con un ideale gessetto su una ideale lavagna una lista di coloro che ci hanno espresso solidarietà, da una parte, e di coloro che ci hanno addossato ogni responsabilità, dall’altra.

In tale ottica, non possiamo non ascrivere nel Partito dei Detrattori del Corpo personaggi come Alessandro Margara (per pochi mesi Direttore Generale dell’Amministrazione Penitenziaria alla fine degli anni novanta e rimosso in tutta fretta dall’incarico), Patrizio Gonnella (Presidente di una associazione legata in qualche modo a Margara e molto popolare nel breve periodo della sua direzione delle carceri) e Riccardo Arena (Avvocato prestato al giornalismo politico di ispirazione radicale, approdato alla ribalta delle cronache per aver pubblicato il numero del telefonino di Mastella).

Sorprendentemente, in una Amministrazione Penitenziaria come al solito immobile e silente in attesa di sacrificare il capro nero di turno, questa volta si è elevata (forte ed autorevole) la voce del Capo del DAP attraverso alcuni comunicati stampa; da ultimo quello del 18 novembre che riportiamo integralmente (con i quali Ionta ha avvalorato, a mio parere, la sua auto definizione di Capo della Polizia Penitenziaria).

Altra autorevole voce che si è elevata nel cielo delle Fiamme Azzurre è stata quella del Prof. Ceraudo, da vent’anni Presidente dell’AMAPI (Associazione Medici Amministrazione Penitenziaria Italiana) e già Presidente dell’ICPMS (International Concil Prison Medical Service) associazione mondiale della medicina penitenziaria sotto l’egida dell’ONU, di Amnesty International e di Medici Senza Frontiere (riportiamo il testo dell’intervento).

Fra le due linee (per mutuare un termine caro al radiocronismo calcistico) si è posizionato Adriano Sofri (ormai anch’egli esperto di carcere per averlo vissuto per tanti anni dall’interno) che, in pieno stile pasoliniano, ha descritto i poliziotti penitenziari come figli del popolo che spesso condividono il ruolo di vittima con gli stessi detenuti a loro affidati.

Da tutto ciò ho ricavato una mia personalissima opinione: chi di carcere capisce poco, soggettivamente ed in maniera approssimativa (mass media, Margara, Gonnella, Arena, ecc…) esprime concetti e sostiene tesi da prison movie e letteratura derivata, chi invece il carcere lo vive da tanti anni in qualità di addetto ai lavori non può che testimoniare l’umanità a la professionalità della Polizia Penitenziaria e degli altri operatori intra moenia smentendo le tesi giornalistiche e politiche che tentano di descrivere una esecuzione penale da set cinematografico. Ritornando ai tragici eventi, ho avuto modo di parlare personalmente con uno dei colleghi indagati per la morte del giovane Cucchi e sono assolutamente convinto che non ha toccato il ragazzo nemmeno con un dito. Purtroppo, questo non vuol dire nulla perché in questa vicenda la mia opinione non ha nessuna importanza.

Sono altrettanto convinto che Stefano Cucchi è morto per una malaugurata serie di eventi concausali tra loro, con un unico comune denominatore: tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui (compresa la famiglia) hanno sottovalutato la gravità delle sue condizioni fisiche e psicologiche.

Per quello che mi riguarda, in questa tristissima vicenda c’è un’unica sola certezza: Stefano Cucchi poteva essere salvato, Stefano Cucchi non doveva morire.

Ed ora nessuno può più rimanere indifferente di fronte alle tragedie che accadono dentro le carceri, per le quali tutti (ma proprio tutti) hanno il dovere di impegnarsi affinché certi drammi non abbiano più ad accadere, perché le carceri non possono e non devono restare quelle medioevali allorquando si chiamavano Segrete proprio perché non ne voleva sapere niente nessuno.

Da tutte queste vicende, infine, è emersa ancora una volta la menomazione di una Forza di Polizia disgraziatamente orfana di un padre legittimo e naturale, di un Comandante del Corpo che la possa difendere come solo un genitore può fare con il proprio figlio. Questa menomazione riporta d’attualità un interrogativo che, da sempre, risuona nelle nostre caserme: Chi difende i difensori?