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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 24/11/2009  -  stampato il 09/12/2016


La Polizia Penitenziaria una istituzione sana!

Abbiamo tutti il massimo rispetto umano e cristiano per il dolore dei familiari del detenuto Stefano Cucchi, morto nel reparto detentivo dell’Ospedale Pertini di Roma, come lo abbiamo per tutti coloro che hanno perso un proprio parente durante la detenzione in carcere.

Ma non possiamo accettare una certa (tendenziosa e falsa) rappresentazione del carcere come luogo in cui quotidianamente e sistematicamente avvengono violenze in danno dei detenuti che traspare da alcune - non tutte, per fortuna - cronache giornalistiche apparse in questi giorni su taluni Organi di (dis)informazione. Non accettiamo che le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano, ogni giorno, nelle strutture detentive del Paese con professionalità, zelo e abnegazione vengano rappresentati da certe costanti e quotidiane corrispondenze di stampa che, più o meno velatamente, associano al nostro lavoro i sinonimi inaccettabili di violenza, indifferenza e cinismo.

Non è questo il momento delle opinioni o dei giudizi. E’ il momento che la Magistratura accerti - come sempre con serenità, equilibrio e pieno rispetto dei valori costituzionali - gli elementi di cui è in possesso. E’ il momento che la Magistratura – come sempre serena, indipendente e impermeabile alle opinioni accerti responsabilità e verità.

La presunzione di innocenza è una tutela prevista dalla Costituzione e vale per tutti i cittadini. Fermo restando che è sempre la Carta Costituzionale a sancire che la responsabilità penale è personale, è dovere della Magistratura (alla quale rinnoviamo la nostra totale fiducia) accertare eventuali comportamenti contrari alle leggi. Senza ombra di dubbio alcuno, si pone al di fuori della legittimità e deve essere penalmente e disciplinarmente punito chi eventualmente pone in essere atti violenti nei confronti di detenuti. E questo a tutela dell’onorabilità dell’Istituzione penitenziaria, del Corpo di Polizia e dei suoi appartenenti che svolgono ogni giorno un lavoro duro e difficile con alta professionalità e non comune senso del dovere. Ma altrettanto chiaro è che il contenuto di certe dichiarazioni e di certi continui articoli di stampa, che hanno parlato di zone grigie di indifferenza e di abuso di monopolio della forza, non rispecchia affatto il vero operato del Corpo. Queste affermazioni ci offendono, come ci offendono le sollecitazioni a fare piena luce su alcune morti avvenute in carcere (tanto più se, come in alcuni casi, avvenute molti anni fa) quasi a instillare il dubbio (a gente che nulla sa di carcere e delle reali dinamiche penitenziarie) che questi tragici eventi fossero stati seguiti e gestiti con leggerezza e disinteresse o, peggio ancora, con omertà.

E’ rispuntato anche Luigi Manconi. Si, proprio lui, l’ineffabile ex Sottosegretario alla Giustizia (a cui venne addirittura data la delega per la Polizia Penitenziaria), che dopo un inizio in via Arenula in cui sembrava che volesse cambiare radicalmente l’Amministrazione penitenziaria, si interessò davvero di due sole cose. La prima fu l’indulto (28mila detenuti fuori dal carcere in un colpo solo!), e sappiamo come andò a finire anche per il mancato contestuale avvio da parte del Ministero della Giustizia di una riforma strutturale al sistema penitenziario. L’altro argomento che suscitò l’interesse di Manconi Sottosegretario alla Giustizia è stato il passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale. Con quali risultati è sono gli occhi di tutti. Ultimamente Manconi ha dedicato (lo ha detto lui in più occasioni) tutto il suo tempo e le sue energie alla vicenda di Stefano Cucchi. Non ho però ancora sentito parlare Manconi della straordinaria quotidianità lavorativa dei Baschi Azzurri che pure, lui, dovrebbe conoscere bene. Perché, proprio lui, non dice con forza che l’immagine che di noi danno alcuni opinionisti non rispecchia affatto il vero operato del Corpo? Lui, che è stato in via Arenula con delega agli affari penitenziari, spieghi a chi non ci conosce che la Polizia Penitenziaria è una istituzione sana, composta da uomini e donne che con alto senso del dovere, spirito di sacrificio e grande professionalità sono quotidianamente impegnati nella prima linea della difficile realtà penitenziaria, nelle sezioni detentive e nei servizi di traduzione e piantonamento dei detenuti in primis.

E’ rispuntato, anche, Alessandro Mar gara, a lungo magistrato di sorveglianza e (nostro malgrado) capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che ha sentenziato: «Da parte di tutti gli organi di polizia c’è la tendenza alla violenza, soprattutto verso gli inermi». I pestaggi negli istituti penitenziari «non sono certo la norma – ha aggiunto - ma una cosa che purtroppo rientra nell’ordinaria follia di quello che è il carcere oggi. Al personale manca una guida che indichi percorsi diversi». Non contento, l’ex capo del Dap è stato critico anche con i sindacati di Polizia Penitenziaria: «Devono cominciare a fare il mea culpa - dice - per essersi riconosciuti in una politica che ha reso rigido il carcere». Margara si contraddistinse, alla guida del Dap, per una discutibile gestione, nettamente sbilanciata a favore del povero detenuto e con poco interesse verso i cattivi poliziotti. Ha fatto tanta filosofia, durante la sua permanenza in Largo Daga, ma nessuna iniziativa concreta per la quale meriti di essere ricordato. Da magistrato di sorveglianza, Margara fece peggio. Scrisse: “Durante la detenzione ha dimostrato un allontanamento dalla subcultura carceraria, una profonda riflessione personale, una rivalutazione critica della propria esperienza”. Grazie a queste parole, il detenuto con 27 anni da scontare per tre rapimenti Giovanni Farina ottenne per la prima volta la semilibertà. E rapì l’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini, in un drammatico sequestro in cui poi morì l’ispettore dei Nocs Samuele Donatoni… Che Margara fosse inadatto per guidare il Dap se ne accorse persino Oliviero Diliberto, che non è proprio uno di destra. Appena insediato come Guardasigilli in via Arenula, lo avvicendò prontamente. Questo non ha impedito a Margara di continuare a percepire (perché pensionabile) la cospicua indennità prevista quale Capo della Polizia penitenziaria (!)… La verità su quello che fa la Polizia Penitenziaria in carcere tutti i giorni è un’altra, che non trova però quasi mai spazio sui giornali, sui periodici e sugli altri organi di informazione del Paese.

La verità è – e l’opinione pubblica non lo sa - che i poliziotti e le poliziotte penitenziarie nel solo 2008 sono intervenuti tempestivamente in carcere salvando la vita ai 683 detenuti che hanno tentato di suicidarsi ed impedendo che i 4.928 atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare ed avere ulteriori gravi conseguenze. I Baschi Azzurri, nelle carceri italiane, subiscono con drammatica sistematicità – nell’indifferenza dell’opinione pubblica, della classe politica ed istituzionale, dei media, di Manconi e Margara – continue aggressioni da una parte di popolazione detenuta sempre più spesso aggressiva e violenta. Questo avviene nelle carceri. Altro che le “violenze sistematiche ai detenuti”, come invece qualcuno vorrebbe far credere. Altro che i ‘continui massacri’.

Noi, questa rappresentazione falsa di un carcere violento, non l’accettiamo perché non rispecchia affatto la quotidiana e reale attività lavorativa dei poliziotti penitenziari. Attendiamo dunque che la Magistratura valuti tutti gli elementi di cui è in possesso ed accerti come sono andate davvero le cose. Ma nell’assoluta convinzione dei capisaldi giuridici della presunzione d’innocenza e del carattere personale della responsabilità penale, respingiamo con fermezza ogni accusa gratuita e inaccettabile alla professionalità del Corpo di Polizia Penitenziaria e dei suoi appartenenti a prescindere, perché non rappresenta affatto la natura stessa della nostra nobile professione. Altro che zone grigie di indifferenza e di abuso di monopolio della forza!

La dichiarazione di Franco Ionta del 14 novembre 2009

Rispettoso del ruolo e delle prerogative dell’Autorità Giudiziaria intervengo come Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e come magistrato per confermare la fiducia nell’operato della Procura di Roma e per garantire il supporto che potrà derivare dall’inchiesta amministrativa che oggi inizia dopo averne ricevuto autorizzazione allo svolgimento. Da quanto emergerà dalle indagini preliminari e dagli accertamenti interni terrò conto ai fini dei provvedimenti di competenza del Dipartimento; così come è stato fatto per la vicenda di Teramo si opererà nel rispetto della legge e per la tutela del personale della Polizia Penitenziaria che nella sua stragrande maggioranza quotidianamente profonde il suo impegno per la gestione del sistema penitenziario afflitto in questo periodo da gravi carenze strutturali e da incessanti emergenze dovute soprattutto, ma non solo, all’afflusso sempre crescente di detenuti.

Rimarco infine che la pubblicazione dei nominativi degli appartenenti al Corpo siccome sottoposti ad indagini, oltre che violatoria del segreto di indagine, rende più difficile il loro lavoro contribuendo a determinare ulteriori difficoltà nel rapporto, sempre delicato, tra Polizia Penitenziaria e popolazione detenuta. Fin d’ora, ove dovessero evidenziarsi responsabilità dell’Amministrazione nella morte di Stefano Cucchi, formulo ed esprimo il più totale rammarico alla famiglia così dolorosamente colpita.