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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 24/11/2009  -  stampato il 06/12/2016


La Polizia Penitenziaria abbandonata a se stessa nel disinteresse della politica e delle istituzioni

La morte di Stefano Cucchi ha fatto esplodere la questione carceri. Adesso, tutti si interrogano sull’inefficienza del sistema penitenziario, sul fatto che in un paese civile certe cose non devono avvenire. Eppure, sono mesi che, come sindacato, stiamo denunciando che la condizione delle carceri italiane è insostenibile a causa del sovraffollamento (abbiamo più di 65.000 detenuti, a fronte di una capienza di 44.000) e della carenza di organico (il Corpo di polizia penitenziaria ha un organico di circa 38.500 agenti, a fronte di una previsione ministeriale di circa 44.000 unita). Abbiamo denunciato le continue aggressioni agli appartenenti al Corpo da parte dei detenuti, ma pochi di questi episodi hanno interessato la cronaca e, laddove ciò è avvenuto, si è trattato della cronaca locale; colleghi che vengono colpiti con pugni in faccia, sputi, sangue infetto e, addirittura, olio e acqua bollente.

Tanti parlamentari hanno fatto le solite passerelle estive, visitando qualche istituto penitenziario, ma tutto e passato in fretta, finito nel dimenticatoio. Adesso, invece, la questione è emersa prepotentemente, fino a chiedere l’istituzione di una commissione parlamentare di indagine sulle morti in carcere; proposta avanzata dai radicali e condivisa dall’onorevole Giulia Bongiorno, presidente della Commissione giustizia della Camera dei Deputati. Gli stessi radicali hanno anche manifestato l’intenzione di iniziare uno sciopero della fame.

E’ l’ulteriore conferma che in Italia ci vuole sempre un dramma per smuovere le coscienze.

Ma andiamo con ordine, altrimenti rischiamo di fare confusione.

Stefano Cucchi viene arrestato e rimane una notte a disposizione dei carabinieri, nelle loro celle di sicurezza, dopo di che, il secondo giorno, viene portato a piazzale Clodio, in Tribunale, per essere processato per direttissima. Qui viene portato nelle celle di sicurezza, dove viene custodito per tutta la mattinata, i carabinieri dicono dalla sola polizia penitenziaria, i nostri agenti affermano, invece, che lo hanno fatto insieme, ma qui sta la prima anomalia. Normalmente, quando un soggetto viene arrestato e portato in carcere, la polizia penitenziaria si preoccupa di ispezionarlo attentamente, di farlo visitare dal medico, anche immediatamente se vengono riscontrate delle anomalie rispetto alle condizioni di salute. Tutto questo non è possibile farlo nelle celle di sicurezza del tribunale, dove il soggetto passa in consegna da un Corpo di polizia all’altro, senza che vengano fatti dei controlli precisi sulle sue condizioni di salute. E’ questo, infatti, un primo vulnus nella vicenda Cucchi. Sarà difficile accertare quali erano le sue condizioni di salute prima che i colleghi della polizia penitenziaria lo prendessero effettivamente in consegna. Rispetto ad eventuali fratture soltanto gli esami che verranno effettuati dopo la riesumazione della salma ci diranno se le stesse erano recenti oppure antecedenti all’arresto ma, soprattutto, se Cucchi sia morto per le eventuali lesioni che poteva avere, oppure per altre cause.

L’aspetto più anomalo di tutta la vicenda è senz’altro quello legato al presunto testimone. Si tratta di un soggetto che era stato arrestato anche lui per questioni di droga, extracomunitario e senza fissa dimora, probabilmente con altri precedenti giudiziari e/o di polizia. Si tratta, soprattutto, di un soggetto che avrebbe tutto l’interesse a mentire, atteso che il suo atto di accusa può garantirgli l’impunita rispetto ad una possibile permanenza in carcere. E cosi è stato. Dopo aver accusato gli agenti della polizia penitenziaria in servizio quel giorno alle celle del tribunale, il teste è stato scarcerato ed affidato, agli arresti domiciliari, ad una comunità per tossicodipendenti, al fine di proteggerlo dall’ambiente carcerario dove, scrivono i magistrati, potrebbe subire pressioni psicologiche finalizzate alla ritrattazione ovvero al mutamento delle precedenti dichiarazioni. Sono probabilmente queste le parole che fanno più male al Corpo. Un Corpo che non sarebbe più affidabile, una vera e propria consorteria mafiosa. Il Corpo di polizia penitenziaria non è questo e lo ha dimostrato anche arrestando colleghi che nel corso della loro attivista avevano infranto le regole. Piuttosto, è opportuno che si valuti attentamente l’attendibilità dei testimoni, soprattutto di coloro che, come scritto poc’anzi, potrebbero avere interesse a mentire, per ottenere benefici che diversamente non potrebbero avere. I magistrati sanno bene che l’attendibilità dei testimoni si valuta anche e soprattutto in base agli interessi che gli stessi hanno o potrebbero avere nel processo. Il presunto supertestimone di interessi ne ha sicuramente. Abbiamo piena fiducia nella magistratura e siamo sicuri che magistrati e giudici valuteranno attentamente anche questo aspetto.

Quanto alla presunta mancata alimentazione forzata che vede imputati il direttore e il dirigente medico del carcere di Pavia, per un altro caso di morte in carcere a seguito di sciopero della fame e che vede coinvolti, per la stessa ipotesi, anche i medici del Pertini, dove è morto Stefano Cucchi, si tratta di una questione assai controversa dal punto di vista tecnico giuridico. Non c’è nessuna norma che impone l’alimentazione forzata. Comunque, sia che il medico proceda all’alimentazione forzata, sia che non lo faccia, versa, comunque, in ipotesi di illecito penale. Procedendo all’alimentazione forzata, rischia l’incriminazione per lesioni e violenza privata, non procedendo all’alimentazione forzata rischia l’incriminazione per omicidio colposo. Delle due sicuramente la prima, ma perchè rischiare? Il parlamento è intervenuto notte tempo per il caso di Eluana Englaro, con molta più tranquillità potrebbe affrontare e sciogliere questo dilemma, rispetto al quale né la più autorevole dottrina, né i giudici, riescono a fornire una soluzione univoca. Ma ciò non interessa nessuno razionalmente; interessa solo quando accadono fatti eclatanti, come quello di Stefano Cucchi, poi, passata la tempesta, tutto torna come prima. I colleghi della polizia penitenziaria continueranno a prendere gli sputi in faccia, l’olio bollente e gli escrementi addosso, i pugni in faccia e nessuno se ne preoccuperà, tanto il carcere può anche diventare una giungla, dove far regnare la legge del più forte, nell’attesa che ci sia sempre il prossimo agente che paga per tutti.