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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/07/2012  -  stampato il 10/12/2016


Intervista a NicolÚ Amato: la mafia ha chiesto il mio licenziamento, di fatto la richiesta Ť stata accolta

"Nel febbraio del 1993 Scalfaro ha ricevuto dalla mafia una lettera dove si chiedeva il mio allontanamento. Fatto sta che dopo qualche mese fui cacciato".Nicolò Amato, direttore del Dap dal 1982 al 1993, parla della stagione più nera per le istituzioni italiane in una lunga intervista ad Affaritaliani.it: "Il Presidente della Repubblica decise la mia destituzione nonostante la cosa non fosse di sua competenza. Perché fui mandato via? Sapevano che avrei proseguito sulla strada del carcere duro".

Si può parlare di trattativa? "E' un fatto che le richieste della mafia siano state accolte". E sulla versione dell'ex ministro della Giustizia Conso: "E' impossibile che abbia deciso da solo la revoca del 41 bis. E al Dap più che Capriotti, comandava il suo vice, Di Maggio". Chi cede non è perseguibile, ma secondo Amato "non si sarebbe mai dovuto cedere alle pressioni di Cosa Nostra". E sulla Commissione Antimafia che ha deciso di non riconvocarlo: "Ora so molte cose in più di quando sono ascoltato. Se c'è voglia di arrivare alla verità? Bisognerebbe chiederlo a chi la cerca".
Professor Amato, sono passati 20 anni dall'inizio della politica stragista di Cosa Nostra e ancora non sappiamo la verità su quella drammatica stagione. Di chi è la colpa?
E' una verità difficile. E' molto complicato scoprire quello che è successo davvero. Però credo che siamo sulla strada giusta per scoprirla.

Recentemente è stata resa pubblica una lettera inviata da parenti di mafiosi all'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Quanto è importante per capire quello che è successo?
E' una lettera molto importante ai fini di scoprire la verità di cui stiamo parlando. E' arrivata a Scalfaro nel febbraio del 1993 quando io ero ancora a capo del Dap. La cosa inquietante è che nessuno mi ha mai parlato di questa lettera ed è istituzionalmente inspiegabile perché la competenza a occuparsene era mia. Sarebbe stato un dovere mettermi a conoscenza di questa lettera, anche perché conteneva minacce nei miei confronti.

Quando ha scoperto l'esistenza di questa lettera?
Ne sono venuto a conoscenza solo qualche mese fa e ho potuto vedere che vi si chiedeva espressamente il mio allontanamento dal Dap, addebitandomi la “responsabilità” del cosiddetto "carcere duro" nei confronti della criminalità organizzata.

E in effetti lei fu cacciato dal Dap...
Grazie a una testimonianza acquisita attraverso un cappellano carcerario, don Fabio Fabbri, ho scoperto che pochi giorni dopo l'arrivo della lettera Scalfaro convocò al Quirinale l'allora capo dei cappellani carcerari, monsignor Cesare Curioni. Il Presidente comunicò a don Curioni, persona tra l'altro degnissima, che il mio tempo al Dap era finito. E lo invitava a mettersi in contatto con l'allora ministro della Giustizia Conso al fine di trovare il mio sostituto.

Una decisione presa da Scalfaro, quindi...
Io racconto semplicemente i fatti, non accuso nessuno. Tantomeno Scalfaro, verso il quale ho sempre nutrito stima. Però quando sono venuto a conoscenza di questa circostanza mi sono chiesto che cosa c'entrasse la presidenza della Repubblica con la decisione di cambiare il capo del Dap.

Fu un'invasione di campo da parte di Scalfaro?
La decisione sarebbe dovuta rientrare nella competenza del governo e in particolare del ministro della Giustizia. Invece questa scelta fu comunicata per primo al capo dei cappellani carcerari che non aveva alcuna competenza istituzionale per occuparsi dell'argomento. Conso non ne sapeva niente, tanto che don Fabbri riporta come il ministro, appresa la notizia, si fosse messo le mani nei capelli dicendo: "E adesso che cosa facciamo?" Tra l'altro c'è un altro fatto inquietante...

Quale?
Don Cesare Curioni era la stessa persona che ai tempi del sequestro Moro, su incarico del pontefice del tempo Paolo VI, aveva tentato attraverso contatti con i brigatisti rossi in carcere di liberarlo. Credo siano fatti abbastanza eloquenti.

In che senso? Che cosa è successo veramente?
La mafia ha chiesto attraverso questa lettera anonima la mia destituzione. Sta di fatto che questa richiesta è stata accolta. Qualche mese dopo l'arrivo della lettera sono stato mandato via senza una parola di spiegazione o di chiarimento. A conferma che la ragione vera non poteva essere confessata.

Quindi si può dire che la famosa trattativa Stato-mafia ci sia stata davvero?
Bisogna mettersi d'accordo sulle parole. Se per trattativa si intende che si sono seduti a un tavolo boss della mafia e rappresentanti di settori deviati dello Stato non c'è una prova che questo sia effettivamente successo. Però sta di fatto che la mafia ha esercitato sullo Stato e sulle istituzioni una pressione illecita sostenuta dalle stragi. E di fatto quello che la mafia chiedeva è stato concesso.

Dopo la sua destituzione che cosa è cambiato?

E' stata ribaltata la politica penitenziaria. Fino al 4 giugno 1993 la politica carceraria nei confronti della mafia è stata inflessibile e durissima. Quando sono stato mandato via la linea è diventata sin da subito molto più morbida. Io ho lasciato oltre 1300 detenuti di mafia sottoposti al 41 bis, che in pochi mesi si sono ridotti a circa 400.

E' possibile che l'ex ministro Conso abbia deciso da solo, come lui ha dichiarato alla magistratura, la mancata proroga dei 41 bis?
No, sinceramente non ci credo. Il ministro della Giustizia non è in grado di prendere da solo decisioni di questo tipo, ma agisce sulla base di proposte del Dap. Ci sono degli appunti che dimostrano come le mancate revoche siano state proposte dal Dap ed essi smentiscono quanto ha detto Conso.

Che rapporto ha avuto con i suoi successori, Capriotti e Di Maggio?
Con loro non ho avuto nessun rapporto. Sono stato mandato via in maniera improvvisa e brutale. Ogni mio rapporto con il Dap e le istituzioni quel giorno è finito. Totalmente.

Tra Capriotti e Di Maggio, che era il suo vice, chi comandava davvero?
Di Maggio era la personalità “forte” alla direzione del Dap. Formalmente era subordinato a Capriotti, perché era vicedirettore generale, ma chi ha conosciuto le persone non ha difficoltà a capire che tra i due chi contava di più era certamente Di Maggio.

Lei descrive come "buono" il suo rapporto con l'ex ministro Martelli. Poi però tra di voi c'è stata qualche polemica. Che cosa è cambiato?
Ho avuto modo di parlare recentemente con Martelli e abbiamo chiarito. Martelli ha fatto polemiche sulla base di informazioni inesatte che gli sono state fornite da alcuni suoi collaboratori del tempo ma in realtà lui ha riconosciuto che le nostre politiche di durezza nei confronti della mafia coincidevano totalmente.

Nel suo libro lei però scrive che in alcuni frangenti Martelli non accolse le sue richieste per un trattamento più severo a carico dei detenuti mafiosi.
E’ vero, ma sono convinto che le divergenze con Martelli siano dipese da interventi di uffici diversi che hanno ostacolato la chiarezza dei nostri rapporti.

Il 41 bis era abbastanza duro?
In un documento del 6 marzo del 1993 proponevo al ministro Conso due modifiche alla legislazione per combattere davvero la mafia: primo, l'ascolto e la registrazione dei colloqui tra i detenuti di mafia e i congiunti; secondo, la fine del turismo giudiziario. Ovvero collegare audiovisivamente le aule di udienza con il carcere dove erano detenuti i mafiosi. Questo per isolarli totalmente. Nel 2001 e nel 2002 sono state fatte due leggi che hanno accolto queste proposte che io ho fatto per primo, 18-19 anni prima.

I pm di Palermo hanno chiarito che nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia è perseguibile chi ha esercitato pressioni sulle istituzioni e non invece chi ha ceduto alle richieste della mafia, anche perché non esiste un reato di trattativa. Al di là dell'azione penale, lei crede che cedere alle richieste di Cosa Nostra rappresenti una colpa?
Non è accettabile, non è consentito e non è eticamente condivisibile il fatto di cedere in qualsiasi punto o in qualsiasi modo alle pressioni della criminalità organizzata. Alla mafia si sarebbe dovuto contrapporre un no totale e deciso. Sempre.

Come mai una volta via dal Dap ha deciso di difendere, in veste di avvocato, Ciancimino?
Quando sono stato cacciato non mi è stata offerta nessuna possibilità di lavoro. ho fatto l'unica cosa che potevo fare, cioè l'avvocato. E come avvocato ho difeso chi mi ha chiesto di essere difeso. Ciancimino l'ho difeso nel 1994 quando tutta la vicenda della trattativa era già, come poi abbiamo visto, definitivamente chiusa.

Diversi mesi fa lei è stato ascoltato dalla Commissione Antimafia. Nel frattempo lei è venuto a conoscenza di nuovi elementi e ha anche prodotto un memoriale. Sarà sentito nuovamente?
Non c'è l'intenzione di risentirmi. Ritengono esaustivo il mio memoriale, ma è molto diverso dalle audizioni precedenti perché è basato su fatti e documenti che non conoscevo quando sono stato ascoltato dall'Antimafia.

Quindi sarebbe necessaria una nuova audizione?
E' necessario arrivare alla verità.

Ma lei vede la voglia di arrivarci?
Bisognerebbe chiederlo a chi la cerca. Quel che è certo è che ormai gran parte della verità è nota. Ed è una verità sconvolgente, agghiacciante. Nella quale è stata sacrificata alla mafia la testa di chi aveva lottato per anni contro la criminalità organizzata del terrorismo politico e della mafia stessa.
 
 
 
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