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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 24/11/2009  -  stampato il 09/12/2016


Ma quando finisce questa crisi?

Sarebbe straordinario se con una macchina del futuro, che fortunatamente non è stata ancora inventata se non nei film, si potesse vedere come è andata a finire la crisi che stiamo vivendo e che non tutti sono convinti che realmente ci sia. Eppure, da alcuni mesi quotidianamente siamo bombardati da notizie che non sono certamente positive, che a molti hanno tolto il sonno e, sfortunatamente, ad altri lavoro e risparmi. L’inizio del XXI secolo è certamente caratterizzato più o meno in tutti i Paesi del mondo da un dato incontrovertibile, quello delle paure, alcune piccole, altre grandi.

La prima di queste paure, in Italia ad esempio, è certamente quella dell’insicurezza che non si riesce a scalfire, nonostante alcuni interventi di securizzazione che hanno prodotto, con grande impegno delle Forze dell’Ordine, apprezzabili risultati. A queste paure, che possiamo definire classiche, se ne è aggiunta un’altra che i sociologi hanno definito la grande paura: quella originata dalla crisi economica mondiale, una paura trasversale che ha i suoi picchi più evidenti e devastanti nelle aree di maggior sviluppo economico, ma che sta lambendo anche quelle in fase di sviluppo o povere. Cercare di individuare il punto di partenza, l’epicentro tellurico della crisi finanziaria, industriale ed economica mondiale è esercitazione di nessuna utilità: quel che è ormai acclarato è che non è nata nel 2007 o 2008. Al contrario essa ha radici lontane e si è sviluppata in un clima di “disattenzione” e di scarse regole o di totale mancanza in certi settori. Uno sguardo rapido alla carta del mondo e il gioco è fatto.

aPerché il problema è la globalizzazione, questo straordinario fenomeno economico degli ultimi anni che, se da una parte ha prodotto una positiva mondializzazione della produzione, del commercio e della finanza con una ricaduta anche sulle aree più povere del pianeta, dall’altra, non controllata da regole valide ed efficaci, ha di fatto by-passato quelle degli Stati, creando una situazione di totale ingovernabilità del fenomeno stesso.

E la finanza è stata quella che ha maggiormente goduto di questo spazio di anarchica libertà, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. L’esplosione della bolla non è una variante della pirotecnica, ma un terribile tsunami che ha travolto banche di mezzo mondo e distrutto investimenti di milioni di persone, costringendo gli Stati, anche quelli più liberisti ad intervenire nei salvataggi, dando così inizio ad un tempo nuovo dell’economia, ancora nebuloso, ma certo innovatore. Si dice che dopo questa crisi il mondo non sarà più lo stesso. Questa affermazione parte dalla convinzione che la crisi passerà presto e senza eccessivi danni.

E’ quello che tutti sperano e si aspettano, ma è anche vero che pochi sono quelli che osano correre il rischio di far previsioni, a cominciare dagli economisti che non ne hanno azzeccata una. Ricordiamoci cosa dissero del prezzo del petrolio. Qualcuno parlava persino di 200 dollari al barile; all’improvviso dai 150 si è scesi a meno di 40! Cosa pensare dell’Italia? Ad analizzare la crisi ed individuare alcune peculiarità italiane ha pensato il Censis con il suo ormai tradizionale ed atteso rapporto sulla situazione sociale del paese, giunto n. 167 - novembre 2009 quest’anno al 42°. Lunga esperienza dunque: ci si può fidare! Scorrendo le considerazioni generali, forse per la prima volta dopo tanti anni lo spazio al dubbio e all’incertezza per il futuro è più evidente e marcato che nel passato.

Non sfugge all’attenzione la complessità della crisi: i problemi struttrali dell’Italia concorrono poi ad aggiungere ulteriori difficoltà a complicare la sua soluzione. D’altra parte le carenze strutturali del nostro Paese sono state rilevate da tutte le organizzazioni internazionali che a vari livelli seguono, con diverse responsabilità, i problemi dell’economia europea e mondiale.

Ovvero un forte risparmio delle famiglie, un diverso comportamento delle banche e una flessibilità e adattabilità della piccola e media industria potrebbero mitigare alcuni fra i pericoli della crisi. Ma la metamorfosi del nostro sistema passerà attraverso un  adattamento innovativo a tutti i livelli. Perché la sfida sta tutta nel cambiamento e nelle regole, che poi è il contenuto vero del messaggio del nuovo Presidente degli USA Barak Obama. Da ogni parte si invocano regole nuove, anche se sarebbe più corretto dire regole certe e condivise. Con convinzione e forza emergono proposte in quella direzione, soprattutto da

parte europea.. Il più grande errore che i nostri Paesi potrebbero però fare è tentare di salvarsi da soli, di pensare di avere la ricetta unica e migliore, di rinchiudersi in un ottuso protezionismo, nella convinzione di salvare così quel poco che resta. Non ci rimane che sperare nella lungimiranza e umiltà di chi ha la responsabilità di decidere, ovunque nel mondo.