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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 26/07/2012  -  stampato il 10/12/2016


L’idea di carcere del Pres. Tamburino. Dicotomia tra teoria e pratica e tra realtà e immaginazione

Noi del Sappe l’avevamo detto prima ancora che arrivasse a Largo Daga: il Pres. Tamburino non è adatto a fare il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria. Si era appena sparsa la voce di un suo probabile incarico e noi replicammo con un comunicato stampa che invitava l’Esecutivo a non decretare la nomina.

(Leggi AVVICENDAMENTO AL DAP. SAPPE: TAMBURINO NON È VOLTO NUOVO. SERVE ALTRO MAGISTRATO)

Conoscevamo Tamburino come uomo di cultura, con le caratteristiche, però, di uno studioso del diritto nel suo aspetto filosofico troppo lontano, a nostro parere, dal pragmatismo, dalla intraprendenza e dalla risolutezza che sono le principali qualità che dovrebbe avere un buon Capo Dipartimento.

Puntuali, come le tasse e la morte, ci ritroviamo oggi, qui, a pronunciare il solito, scontato “Noi l’avevamo detto!”

Bella soddisfazione ... 

Soddisfazione vanificata e sopraffatta dalle notizie che giungono quotidianamente dagli istituti penitenziari; notizie che, ormai, hanno sempre più le caratteristiche di un vero e proprio bollettino di guerra. Suicidi di detenuti - una cinquantina dall’inizio dell’anno -, suicidi di colleghi – sette dall’inizio dell’anno - tentati suicidi, autolesionismi e aggressioni, aggressioni e ancora aggressioni... 

I dati sui suicidi, in particolare, sono di quelli da far tremare le vene ai polsi: negli ultimi dieci anni un centinaio di agenti penitenziari e un migliaio di detenuti. Qualcuno smentisca che si tratta quasi di un bollettino di guerra! E poi le aggressioni. In un contesto di estremo buonismo, fondato su ipotetici patti di responsabilità con i detenuti, il personale nelle carceri continua ad essere oggetto di aggressioni in un clima surriscaldato, quasi da girone dantesco. 

Mentre, infatti, da una parte c’è un capo del Dap che continua a teorizzare improbabili prese di coscienza da parte di una popolazione detenuta ristretta in condizioni di assoluta invivibilità, dall’altra parte c’è la triste ed amara realtà delle sezioni detentive dove un micidiale cocktail di sovraffollamento, afa e promiscuità genera attriti e tensioni che finiscono per sfociare in atti di auto ed etero lesionismo. 

In questi ultimi giorni tre episodi mi hanno colpito in particolar modo, sia per la loro gravità sia, soprattutto, per il fatto che avrebbero (dovuto) potuto essere evitati. 

Il primo, il più grave per gli effetti provocati, è stata l’aggressione di un assistente capo a Spoleto che ha riportato numerose fratture al volto e una prognosi di settantacinque giorni salvo complicazioni. Per la dinamica dell’aggressione, il collega, se non fossero intervenuti altri in suo aiuto, avrebbe potuto anche perdere la vita

La seconda, altrettanto grave per le implicazioni, è stato il tentativo di aggressione con lametta da parte di un detenuto di Pisa affetto da Hiv. Quest’ultima è particolarmente allarmante perché si tratta di un detenuto che, appena dieci giorni prima, si era reso protagonista di una analoga aggressione al personale, ferendo 3 agenti ed un medico i quali, oltre alle cure del caso, per ragioni di profilassi hanno dovuto anche sottoporsi a lunghe terapie antivirali per scongiurare il rischio di contagio. 

La terza, ultima per conseguenze ma ugualmente allarmante, è l’aggressione subita da una collega nel carcere di Sassari, di estrema violenza e in una condizione di assoluta inferiorità (l’agente era da sola in mezzo a decine di detenute). Ebbene la collega è stata salvata dalle altre detenute che sono intervenute in suo aiuto contenendo ed immobilizzando l’aggreditrice. 

Questa è la differenza tra il carcere immaginario del Pres. Tamburino ed il carcere reale esistente in Italia. Il Pres. Tamburino immagina (o spera) che le carceri italiane siano tutte come Rieti, come Trento o come la nuova sezione di Avellino. 

Il Pres. Tamburino non immagina (o non sa) che esistono altri duecento penitenziari dove la realtà è molto lontana dalle sue fantasie; dove ci sono brande fino a cinque livelli, dove ci sono anche dodici detenuti nella stessa cella, dove qualche volta si dorme sui materassi in terra, dove si soffre, dove si muore e dove si è ristretti e si lavora in condizioni da terzo mondo. E’ lì che un Capo del Dap dovrebbe (deve) intervenire ... altro che sorveglianza dinamica!  

Il Capo del Dap, poi, ci dovrebbe spiegare come possono accadere episodi come quello di Spoleto e che cosa bisogna fare per evitare che si ripetano. 

Il Capo del Dap ci deve spiegare come può essere successo che un detenuto autore del ferimento di quattro agenti possa aver ripetuto lo stesso gesto con le stesse modalità all’interno dello stesso carcere

Il Capo del Dap ci deve spiegare come è possibile che chi dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza degli istituti penitenziari, alla fine, si trova ad essere soccorso dagli stessi detenuti.

L’amministrazione penitenziaria non può essere governata in dicotomia tra teoria e pratica, tra realtà ed immaginazione. Dal Pres. Tamburino, filosofia o non filosofia, pretendiamo che certi episodi non accadano più; dal Pres. Tamburino pretendiamo interventi in favore dell’incolumità e della sicurezza del personale

Se non vuole farlo o se non ne è capace, pretendiamo, allora, che se ne vada immediatamente e lasci il passo a chi può e vuole tutelare chi rappresenta lo Stato mettendolo nelle condizioni di lavorare con serenità, tranquillità e senza temere per la propria incolumità fisica e psicologica.