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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/08/2012  -  stampato il 06/12/2016


Aggressioni in carcere: Ma voi sapete cosa si prova ?

Sapete cosa si prova quando si viene presi a pugni da un detenuto? No, non lo sapete, perché voi pontificate da quelle comode poltrone chiusi nelle stanze del potere. Sapete come inizia tutto?

All’inizio c’è sempre una schermaglia con il detenuto che non vuole eseguire un ordine,: non vuole rientrare in cella, vuole essere lasciato libero di scorazzare in sezione; non vuole fare un determinato lavoro; vuole assolutamente cambiare di cella. Discussioni che vanno avanti, a volte, per delle ore.

Poi iniziano ad alzarsi i toni della voce. Il detenuto vuole intimorire; minaccia di fare questo, di fare quello, di tagliarsi i polsi. Subito dopo, quando vede che non gli si da la giusta importanza, passa alle offese.

Faccio un passo indietro: una volta le aggressioni verso gli agenti erano tabù per i detenuti. Erano gli stessi detenuti che tenevano a bada i più scalmanati. A modo loro avevano un codice. Chi toccava un agente spesso veniva emarginato dagli stessi detenuti. Con questo non dico che non ci fossero le aggressioni, ma erano più rare. Oggi no. Non è più così. L’arroganza ha preso il sopravvento. Il clima di arrendevolezza che si respira negli istituti di pena è percepito dagli stessi detenuti.

Non c’è una tipologia di detenuti che più di altri ha la tendenza a scagliarsi contro gli agenti. Spesso sono gli stranieri, ma è solo statistica, perché ormai in molte carceri gli stranieri superano abbondantemente la soglia del 30% per arrivare, in alcune realtà anche al 60 – 70%.
A volte sono tossicodipendenti, talvolta, come nel caso ultimo di Spoleto, detenuti dell’Alta Sicurezza: mafiosi o camorristi. Una volta un mafioso non si sarebbe mai permesso di aggredire un agente in sezione (salvo magari progettare crimini orribili nei loro confronti ma all’esterno dell’Istituto). Oggi che sono saltati anche quei “codici delinquenziali” non scritti, può succedere anche questo.

Ma eravamo rimasti agli insulti e alla conseguente inevitabile minaccia di rapporto disciplinare. L’adrenalina ora è al massimo. In sezione sei solo, non hai armi, se non una penna bic. Solo contro 100 detenuti; ma ne basta uno solo per farti male.

L’aggressione è improvvisa, vigliacca, alle spalle; il primo pugno che ti arriva in faccia non ti da il tempo di comprendere bene ciò che sta succedendo. Un lampo, un velo nero che cala sugli occhi, il sapore del sangue che ti entra in bocca dalle labbra spaccate. Cerchi di reagire ma è come se fossi un pugile al rallentatore. Le chiavi ti cadono dalle mani, cerchi di gridare ma non esce un filo di voce dalla bocca sanguinante. In lontananza ti arriva l’eco di un tifo assordante. Sono gli altri detenuti che incitano il loro compagno a picchiare: Ammazzalo questo pezzo di merda!!!!!!
Nel frattempo il detenuto continua a colpirti; schiaffi, pedate. Ti si piegano le gambe. Ti arriva un altro colpo alla nuca. Cadi. Il detenuto ti salta addosso ed inizia a massacrarti scientificamente, colpendoti ora con il destro ora con il sinistro, con una violenza disumana. Ogni colpo in faccia preso dal collega di Spoleto è un pugno allo stomaco dello Stato; quello stesso Stato che scende a patto con i detenuti, con la Mafia. Il detenuto non colpisce l’uomo ma indirettamente colpisce l’istituzione che rappresenta. Colpisci, colpisci pure….tanto che ti faranno? Un processo in più? Ma vuoi mettere la soddisfazione di massacrare un agente?

Non senti più dolore, sei incosciente e ad un tratto (è questione di attimi) ti scorre davanti tutta la tua vita, come in un film. I momenti più significativi. Forse perché sei arrivato quasi alla fine e il cervello ti fa un riassunto veloce di tutto quello che hai fatto finora. Ti rivedi bambino al mare con i tuoi genitori, il primo bacio alla tua ragazza, il primo giorno che hai messo piede in carcere…..poi più nulla. Ti risvegli in una stanza di ospedale con 70 giorni di prognosi per fratture varie su tutto il viso, traumi cranici, ecchimosi ecc. e ti chiedi: perché tanto odio? E’ una domanda alla quale non riesci a rispondere. Il detenuto se la caverà con 15 gg. Di esclusione dalle attività in comune. Forse lo proporranno per l’art.14 bis. Subirà un processo, ma tanto……non risarcirà nemmeno il danno causato poiché probabilmente è nullatenente ed ha anche il gratuito patrocinio. Forse lo trasferiranno. Il collega invece resterà segnato per tutta la vita.

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