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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/08/2012  -  stampato il 09/12/2016


Ecco come il terrorismo islamico arruola nuove leve nelle carceri italiane

È nelle carceri che il terrorismo islamico arruola i mujaheddin di domani. I nomi e le prove ci sono già. Su oltre 10mila reclusi musulmani, di cui 76 classificati come «terroristi internazionali», sono stati individuati «57 detenuti nei confronti dei quali è iniziata nell’aprile 2008 una raccolta dati, ancora in corso». Quattro anni di indagini all’interno dei penitenziari fanno dire al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che dietro le sbarre «il rischio di un proselitismo finalizzato alla lotta armata è concreto».

In un fascicolo di 136 pagine firmato dall’Istituto superiore di studi penitenziari ci sono i dettagli. Al chiuso delle celle si svolge sotto traccia l’opera di indottrinamento. Per arrivare a compilare la lista dei possibili reclutatori la Polizia Penitenziaria ha monitorato «i normali aspetti di vita quotidiana» di centinaia di carcerati: «flussi di corrispondenza epistolare, colloqui visivi e telefonici, somme di denaro in entrata e in uscita, pacchi, rapporti disciplinari, ubicazione nelle stanze detentive, frequentazioni e relazioni comportamentali». Informazioni che confermano quanto avevano segnalato i servizi segreti con un rapporto nel quale indicavano «un’insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da "veterani", condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio di droga o reati minori».

L’analisi dei singoli profili «ha rimarcato l’incidenza di una rete di collegamento», sia interna che esterna. Alle volte a segnalare l’adesione a un gruppo estremista è il denaro. In numerosi casi la Polizia Penitenziaria, che collabora con gli agenti dell’intelligence, ha segnalato somme che gli "osservati speciali" ricevono dall’esterno, «ed è apparso significativo che, pur non essendo state le stesse di rilievo, fossero comunque al di sopra della norma, considerata la tipologia dei soggetti interessati, ovvero extracomunitari che prima non ricevevano denaro e versavano spesso in condizioni d’indigenza».

Attraverso lo studio degli atti giudiziari che hanno portato in carcere i presunti terroristi è stata tracciata una mappa delle principali organizzazioni fondamentaliste presenti nei penitenziari. Sigle sempre alla ricerca di nuovi affiliati da impiegare non solo nelle cellule europee, ma sui fronti caldi della "guerra santa". Si tratta del Gruppo Salafita per la predicazione ed il combattimento (Algeria); Gruppo islamico combattente marocchino; Ansar al-Islam (Medio Oriente); Hamas (Palestina) e naturalmente al Qaeda.

Il proselitismo non è figlio dell’improvvisazione. Sono stati individuati «soggetti con ruoli ben precisi e definiti», ciascuno con incarichi specifici. Ci sono i «detenuti leader», descritti dagli analisti del ministero della Giustizia come «conduttori di preghiera», figure carismatiche e fanatiche che arrivano a proclamarsi «veri e propri imam». Poi ci sono i «promotori», apparentemente moderati, incaricati di dialogare con le direzioni degli Istituti di pena allo scopo di ottenere spazi comuni «per incontri tra detenuti di fede islamica». Al livello più basso ci sono i potenziali mujaheddin, i cosiddetti «detenuti partecipanti», assidui frequentatori degli incontri per i quali non sempre è chiaro se presenti «perché obbligati o perché credenti praticanti».

Il carcere è il luogo ideale per addestrare psicologicamente i futuri combattenti. «L’elemento psicologico ed emozionale di cui l’individuo è vittima entrando nel sistema carcerario – segnala il rapporto del Dap – è divenuto col tempo un fertile terreno per i reclutatori delle organizzazioni estremistiche islamiche, che nell’ambito del sistema carcerario hanno saputo col tempo costruire una poderosa rete di controllo e manipolazione».

 

INTERVISTA A FRANCESCO CASCINI

«Decine di reclusi islamici che si riuniscono in una sala, parlano una lingua che non comprendiamo, possono essere un problema. Un esempio? Qualche tempo fa nel carcere di Pisa nel corso di uno di questi incontri che sembravano a sfondo religioso in realtà veniva organizzata una rivolta». Francesco Cascini, magistrato dal 1995 e già pubblico ministero a Locri, è direttore dell’Ufficio per l’attività ispettiva e di controllo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. È lui ad aver coordinato lo studio "La radicalizzazione del terrorismo islamico".

Qual è il punto debole nel sistema di prevenzione e controllo nelle carceri?
Il problema che non ci permette di avere un controllo capillare rispetto al pericolo del proselitismo estremista sta nella mancanza di una comunità islamica di riferimento, riconosciuta e affidabile, con la quale avere rapporti istituzionali, per esempio per inviare imam nelle carceri e favorire un diritto come quello dell’esercizio del culto tra i detenuti. Di conseguenza, tra i reclusi spuntano predicatori sui quali sappiamo molto poco.

Cosa andrebbe fatto?
Lo dico non per un’ossessione del controllo, ma credo che favorire l’ingresso in carcere di imam attraverso canali moderati e conosciuti sarebbe la cosa migliore. Peraltro ci mancano i mediatori linguistici e culturali. Questo perché il carcere rappresenta il risultato peggiore di una politica dell’immigrazione (risalente nel tempo) che non tiene conto di molti aspetti. Per migliaia di detenuti noi non svolgiamo alcuna rieducazione, dato che la rieducazione presuppone il reinserimento, ma quali prospettive di reinserimento può avere un clandestino una volta tornato in libertà?


In questo contesto, come agisce la macchina del proselitismo estremista?
La radicalizzazione può avvenire attraverso due canali, per osmosi interna, ossia grazie all’influenza di altri detenuti, oppure per l’influenza esterna, ossia l’introduzione di testi devianti o l’accesso di visitatori autorizzati per vari motivi: quali l’assistenza religiosa, i colloqui familiari o altro.

Si può tracciare un identikit dell’immigrato arruolato dagli estremisti?
Nella maggioranza dei casi, gli studi hanno dimostrato che si tratta di uomini di età compresa tra i 20 ed i 30 anni dall’aspetto comune, in grado di non attirare l’attenzione. I giovani, infatti, si lasciano trascinare più facilmente da queste ideologie-fantasie.

Ci sono prove circa contatti tra terroristi islamici ed esponenti dell’eversione interna?
È emerso che taluni dei soggetti interessati dalla nostra "osservazione" si fossero ben integrati con gli altri reclusi, appartenenti sia alla criminalità organizzata che alle nuove Brigate Rosse e all’area anarco-insurrezionalista, tanto da mantenere contatti anche quando non si trovavano nella stessa sede. Se da una parte questo porta quasi ad escludere un’eventuale radicalizzazione della popolazione detenuta, non va trascurato il pericolo che in carcere possano nascere pericolosi sodalizi tra questi soggetti che, una volta usciti, potessero ricevere dagli estremisti politici supporti e appoggi per attività illecite. Sintomatico era ed è l’esistenza di una corrispondenza degli stessi con le associazioni di chiara ispirazione anarchica, con i quali i predetti continuano a condividere l’ideologia anticarceraria.

di Nello Scavo - Avvenire.it

 

Leggi lo studio: La radicalizzazione del terrorismo islamico nelle carceri

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