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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/09/2012  -  stampato il 10/12/2016


Cari vecchi Agenti di Custodia

Cari vecchi agenti di custodia, di voi, del vostro passato ci si vergogna.
In realtà le nuove generazioni non vi conoscono, non sanno come si lavorava a quei tempi.
Certo la vita era dura, c’era più disciplina, c’erano le rivolte, gli attentati, ma c’era pure un maggior spirito di Corpo.
Nelle caserme nasceva la fratellanza.
Tantissimi gli accasermati, tutti giovani tra i quali nascevano delle amicizie che ancora oggi si perpetuano.
Sempre pronti ad aiutare il collega in difficoltà, sempre pronti a sostenerlo; pronti a coprire eventuali errori, pronti a negare l’evidenza pur di salvare il collega.
Quante mangiate in quelle squallide stanze di caserma, quante sere passate giocando a carte, ridendo e scherzando.
Quante interminabili notti sul muro di cinta a raccontarci episodi della nostra vita.  
Si viveva insieme, si usciva insieme, si viaggiava insieme: smontante, riposo e prima.
Oggi è tutto cambiato.
Niente caserme, sono in disuso; le poche stanze che restano date in benevola concessione ai poveri pendolari se le devono pulire da se.
Si è diventati egoisti, ognuno bada solo al proprio orticello, guardando con invidia il servizio degli altri; ci si divide a causa dell’appartenenza ad un sindacato; a volte si arriva a odiare il collega perché antagonista in quanto fa proselitismo per un sindacato avverso al tuo.
Non si è disposti a fare sacrifici; non si sopportano le prime di sabato.
Di domenica si va a fare le donazioni di sangue pur di avere il riposo: nessuno è più disposto a dare una mano al collega in difficoltà.
Gli eroi diventano, nell’immaginario collettivo, coloro che si ammalano spesso, ma, si sa, la malattia non è sindacabile.
Ai vostri tempi cari vecchi agenti di custodia, dopo una lunga malattia o dopo malattie a macchie di leopardo, il Maresciallo vi faceva trovare la “cassa” in portineria con un bel foglio di marcia verso una meravigliosa Isola: Capraia o Pianosa; isole dove l’agente avrebbe riflettuto su temi come la solidarietà, l’altruismo e avrebbe maturato ritornando sulla terraferma temprato dalle difficoltà di vivere a vent’anni su di un’isola semi disabitata.
Oggi l’agente conosce a menadito i propri diritti, ma spesso dimentica i propri doveri. Si piange perché non si ha un posto di lavoro.
Poi, si ha la fortuna di vincere un concorso e l’agente pensa: l’importante è avere un posto di lavoro, non m’importa dove mi manderanno.
Ma, quando, alla fine del corso verrà mandato al Nord Italia, ecco che subentra il piagnisteo e si cerca con ogni mezzo di avvicinarsi a casa; l’agente pensa: quando arriverò a casa mia, non m’importa se sono giovane e devo fare i servizi più pesanti, purché mi avvicinino.
Ma la storia si ripete, quando l’agente avrà la fortuna di arrivare a fare servizio a casa o vicino casa, inizierà a lamentarsi per gli orari di servizio, per il numero eccessivo delle notti, e cercherà un handicappato da mettere nello stato di famiglia o una carica sindacale fine a se stessa ovvero solo per avere qualche permesso sindacale al mese; spesso si ammalerà, specie di sabato e domenica.
Cari vecchi agenti di custodia, temprati dalla fatica di 9 – 10 ore al giorno di servizio, da 8 – 10 notti al mese, da una disciplina ferrea, da eventi critici (così li chiamano oggi) terribili, voi fate parte della nostra storia; le giovani generazioni di agenti , anziché sentirsi subito arrivati e sapientoni solo perché hanno il “pezzo di carta” dovrebbero prendere esempio da voi, ed essere più umili, provando ad amare questo difficile lavoro anziché cercare in ogni modo di fuggire dal front-line cercando soluzioni alternative alla sezione.