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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/09/2012  -  stampato il 06/12/2016


Luigi Pagano scrive a Capece sugli attacchi mediatici all'immagine del Corpo: "non sono d'accordo a controbattere colpo su colpo"

Egregio Segretario, 

mi vedo, mio malgrado, oggetto di una polemica di cui, in verità, mi sfuggono i contorni e che mi descrive come “affossatore” dell’immagine pubblica della Polizia Penitenziaria.

Non sto qui a sottilizzare che sono il responsabile della comunicazione presso il Dap da appena due mesi o a sbandierare quanto io, ritengo, aver fatto nel passato per la valorizzazione del lavoro dei nostri agenti ( una per tutte, l’attribuzione a tutto il personale di stanza a Milano della Cittadinanza Onoraria, sottolineando che in precedenza erano stati omaggiati solo un Capo di Stato Estero e un tale che faceva di mestiere il Segretario dell’ONU). Giustamente, dico, le persone devono essere giudicate per quelle che fanno, non vivono di rendita per ciò che hanno fatto e il ruolo che ricopro non mi deve consentire né alibi né difese d’ufficio.

Bene, permetterà, però, anche a me di dire qualcosa, accettando le critiche e utilizzarle come spunto per una riflessione che, spero, vorrà rendere pubblica così come le altre opinioni.

Orbene, l’accusa che mi si fa è quella di non aver preso posizione contro un comunicato di un tale che preannunciava una fiction televisiva in cui si palesava una rappresentazione degli agenti penitenziari quali persecutori per denunciare, sembra, le storture del sistema carcerario. In verità l’annuncio era così confuso e sgangherato (si parlava addirittura e dichiaratamente di “manipolazione”, quindi, alterazione della realtà) che ritenevo, e ritengo, si commentasse negativamente da sé e ogni intervento a smentire (cosa?) trasformarsi ad essere utilizzato quale indiretta pubblicità (e forse è ciò che cercavano gli autori).

Ho, invece, inoltrato alla Rai le nostre doglianze, contando sul fatto che gli Uffici Legali, in genere, sono più attenti ai profili di responsabilità piuttosto che al sensazionalismo da rotocalco. E seguiremo la vicenda, ne sia sicuro.

Lei ritiene, all’inverso, mi sembra di capire, che bisogna, sempre, controbattere colpo su colpo.

Questa è la Sua, rispettabile ci mancherebbe, opinione che, però, sinceramente, non mi trova d’accordo. Per inciso, al di là di qualche caso isolato, non mi sembra neppure che la Polizia Penitenziaria abbia quella cattiva stampa a cui Lei si riferisce, anzi riscuote stima per il lavoro che svolge e per la sua professionalità oramai da tutti riconosciuta e apprezzata.

E, la mia opinione, sarebbe quella di evitare di sentirci sempre attaccati e sempre sulla difensiva quasi che dovessimo essere noi a giustificare questo carcere, il sovraffollamento o risorse mancanti, e non già la società, in tutte le sue componenti, a spiegare cosa intende fare, insieme a noi, per cambiare le cose.

Poiché, quell’indagine, a cui Lei si riferisce, sulla percezione che l’opinione pubblica ha della Polizia Penitenziaria, a ben vedere, non è di certo legata alla loro attività, ma segue di riflesso la percezione che la gente ha del carcere, o meglio della percezione che la gente “vuole” avere del carcere. 

Un processo di rimozione atto a dimenticare che il carcere è un servizio pubblico, che la sicurezza, la vera sicurezza, sta non solo nel porre l’autore del reato in condizione di non nuocere, ma di lavorare affinché al termine della pena non delinqua più. Questo è quello che significa il c.d. trattamento rieducativo: evitare la recidiva.

Ma non possiamo farlo da soli, neppure se non ci fosse il sovraffollamento o se avessimo risorse umane e materiali adeguate perché l’impegno delle altre istituzioni e della società libera è essenziale, nella sanità, come nella istruzione, nella formazione professionale, nella libera imprenditoria.

Il nostro compito è quello di creare le condizioni affinché questa interrelazione avvenga, rifarci all’Ordinamento Penitenziario, applicarlo, lavorare perché il carcere cambi pur sottolineando, ognuno nella sua competenza, e nei modi che gli sono dati, quanto ciò possa essere complicato.

Spero che non mi dirà cosa centri questo con l’immagine della Polizia Penitenziaria, perché, non vorrei ricordare male, proprio nel ventennale della nascita del Suo Sindacato, 2011, Ella organizzo a Milano un Convegno che intitolò, significativamente, “Trattamento è Sicurezza” e in cui si dibatteva di trattamento, di circuiti differenziati, di sorveglianza dinamica e di quanto fosse pronta la Polizia Penitenziaria, ne erano tutti convinti, a essere protagonista di questa trasformazione: E proprio a Milano, con un patto che impegnò tutte le sigle, è nata una delle prime sperimentazioni che tutti citano a modello, ovvero il carcere di Bollate.

Ma potrei citare decine e decine di altre esperienze che qualificano la nostra Amministrazione, e di riflesso il personale che vi si impegna, e a cui dovremmo rifarci un po’ più spesso smettendola noi stessi di accusarci per le (rare) seppure drammatiche sconfitte (che sono dell’Istituzione e non del singolo operatore) e celebrare di più quanto facciamo e cogliamo fare nel futuro.

E’ nei fatti, e in queste realizzazioni la migliore pubblicità del lavoro della Polizia Penitenziaria, del nostro lavoro, prova provata che, laddove si lavora uniti come Amministrazione, in una visione integrata delle professionalità, mostriamo il valore assoluto del nostro operato.

Ed è quello che abbiamo inteso riversare nelle tanto osteggiate Linee Programmatiche a firma del Presidente Tamburino, su cui sono perfettamente d’accordo e non solo per dovere di lealtà, dove abbiamo pensato non solo a quello che è il nostro, comune, obiettivo, ma anche alla tutela del personale in quest’oggi così confuso.

Per dirla in termini figurati abbiamo pensato e vogliamo tutelare, l’agente di “miniera”, quello che fa il turno 0/8 in sezione che deve sentire non il peso, ma l’essere partecipe di un’organizzazione specie nei momenti critici. E’ un lavoro difficile quello della Polizia Penitenziaria, ne sono ben convinto (io l’ho fatta la miniera e non c’è mai nulla che ho chiesto al personale che non mi vedesse al suo fianco), molte difficoltà sono connaturate al ruolo e non sono eliminabili, ma evitare che possa rispondere di responsabilità non sue chi opera lealmente è un impegno che abbiamo pubblicamente dichiarato, ci siamo presi e vogliamo portarlo sino in fondo.

Una delle prime proposte, peraltro, avanzate al Governo da parte del Presidente Tamburino, dopo la redazione della famosa circolare, è stata quella di chiedere una revisione se non abolizione dell’art. 387 cp sulla colpa del custode.

Solo parole ? Mi permetta di pregarLa di fare un salto in Lombardia e chiedere quanti e quali agenti siano stati incriminati e/o incolpati a seguito di eventi critici. Non è un vanto, me ne guarderei bene, perché non ho agito per bontà, ma come rappresentante di un’Amministrazione che mi consentiva di farlo accettando le mie tesi, magari riconoscendomi quella onestà professionale che, mi scusi se lo dico con orgoglio a tutti, non ho mai mercanteggiato per nessuna poltrona.

“Diamo vita a un confronto dal quale auspichiamo che si comprenda come la diversità di opinione non sia un limite per la soluzione dei problemi ma, al contrario, offra una gamma più completa di rimedi, che se puntualmente colta dal Dap, migliorerebbe il clima operativo e agevolerebbe il processo di risoluzione di criticità”.

L’affermazione è Sua, sempre in margine a quel convegno, e mi trova pienamente concorde, un’ Amministrazione non può rinunciare al confronto sulle idee, men che meno a proposte concrete; discutiamone pure, allora, ma nessun confronto potrà mai essere proficuo e leale se non si abbandonano, da ambo le parti, malintesi e pregiudizi.

Cordialmente.
 
Luigi Pagano
 
 
 
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