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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/10/2012  -  stampato il 04/12/2016


Il Capo del Dap Giovanni Tamburino mi ha convinto

Il 31 luglio scorso, con una convocazione estemporanea senza oggetto trasmessa soltanto il giorno prima, il Pres. Giovanni Tamburino ha tenuto una riunione con le organizzazioni sindacali sul tema (ad interpretazione) del disagio lavorativo, del burnout e del drammatico fenomeno dei suicidi dei poliziotti penitenziari.

Ad onor del vero la convocazione non è stata certo “spontanea” da parte del Capo Dap, ma indotta dalla pressione di una sconcertante sequela di suicidi del personale del Corpo.
 
Peraltro, nei giorni immediatamente precedenti l’incontro, ci sono stati anche alcuni gravi episodi di aggressione ai danni di poliziotti penitenziari, con conseguenze altrettanto gravi e, soltanto per fortuite circostanze, non culminati in tragedia.
 
I tre episodi sono stati, in ordine di gravità: l’aggressione ad un assistente nel carcere di Spoleto che ha riportato gravissime lesioni al volto con una prognosi di settantacinque giorni, l’aggressione di un agente a Pisa da parte di un detenuto che era stato autore solo qualche giorno prima di analogo episodio senza che alcun provvedimento fosse stato adottato nei suoi confronti, l’aggressione di un agente donna nel carcere di Sassari soccorsa e difesa dalle stesse detenute perché in servizio da sola.
 
Proprio sulla spinta di questi gravi episodi il Pres. Tamburino non ha potuto fare a meno di convocare le rappresentanze del personale che, insistentemente, manifestavano da tempo disagio e nervosismo.
Purtroppo però, come spesso accade, la cura è stata peggiore della malattia.
 
Le organizzazioni sindacali, da parte loro, hanno lamentato tutte un diffuso senso di abbandono risentito dal personale nelle carceri dove, spesso e volentieri, nessuno ha la sensibilità e l’attenzione per cogliere i segnali di disagio che talvolta provengono da qualche collega in particolare difficoltà.
 
 
Il Sappe, per bocca mia, ha contestato innanzitutto l’inconsistenza dell’azione dell’amministrazione nei riguardi nel disagio lavorativo.
In tal senso, pur consapevoli di non avere titolo a dare consigli a qualcuno, ci siamo permessi di suggerire a coloro che hanno la responsabilità di dirigere la Polizia Penitenziaria di rivolgere la propria attenzione alle strategie delle grandi aziende (soprattutto negli Stati Uniti) che hanno fatto grandi investimenti economici e strutturali per il benessere del personale (asili nido, palestre, centri sportivi, piscine, beauty farm ...) con notevoli benefici sul serenità e sulla produttività dei dipendenti.
 
Altro che inutili brochure, centri di ascolto e fantomatici numeri verdi....
 
Stesso invito a rivolgere l’attenzione è stato fatto verso il pericoloso sfaldamento tra le fila della Polizia Penitenziaria dove, purtroppo, nessuno riesce più a cogliere i segnali di disagio provenienti da colleghi in difficoltà.
Abbiamo cercato di far capire al Pres. Tamburino che è necessario riflettere sulla preoccupante involuzione dello spirito di Corpo nella Polizia Penitenziaria.
Lo spirito di Corpo, il cameratismo (nella sua accezione positiva), il senso di appartenenza e la solidarietà di Corpo sono delle caratteristiche che non si insegnano nei corsi di formazione né si possono imporre dall’alto poiché nascono spontaneamente e si consolidano attraverso la condivisione delle persone. Si tratta di sentimenti ed i sentimenti non si impongono né si inducono.
 
A margine del nostro intervento, abbiamo voluto rappresentare al Capo Dap tutto il nostro dissenso nei confronti della cosiddetta “vigilanza dinamica” e soprattutto nei confronti del cosiddetto “patto di responsabilità” con i detenuti che, a nostro avviso, portano soltanto al depotenziamento dell’autorità e dell’autorevolezza della Polizia Penitenziaria all’interno delle carceri, con tutto quello che ciò comporta in termini di rischio per l’ordine e la disciplina degli istituti e soprattutto per l’incolumità del personale.
 
Il Capo del Dap, dopo aver impassibilmente ascoltato tutti gli interventi sindacali senza fare una piega, ha preso la parola ed ha esposto le sue ragioni.
 
Dopo aver praticamente sorvolato ogni suggerimento, consiglio o proposta sindacale, il Pres. Tamburino ha ribadito nella sostanza tutte le sue determinazioni in tema di centri di ascolto e numeri verdi e, soprattutto, in materia di “sorveglianza dinamica” e “patti di responsabilità” con i detenuti, sui quali ha fermamente riaffermato tutta la propria convinzione in termini di efficacia e funzionalità.
 
In buona sostanza l’incontro è stato “deludente ed inconcludente” come abbiamo avuto modo di dichiarare alle agenzie lo stesso giorno.
Addirittura, due giorni dopo, ancora sulle agenzie di stampa abbiamo dichiarato INEFFICACI LE SOLUZIONI DAP SU SUICIDI BASCHI AZZURRI. LA RIUNIONE DEL 31 LUGLIO E' SERVITA PER 'SCARICARSI LA COSCIENZA
 
Da parte mia, ho ascoltato molto attentamente la replica del Pres. Tamburino.
 
In relazione al nostro dissenso sulla sorveglianza dinamica, con una protervia degna del miglior Marchese del Grillo, Tamburino ha affermato che <<... i cambiamenti passano comunque anche “sulla testa” di chi non li vuole, come ha dimostrato la riforma del ‘75>>
 
A tal riguardo, ammesso e non concesso fosse vero quello che ha sostenuto Tamburino, forse sarebbe più opportuno usare le parole “ai danni” in luogo di “sulla testa” come ha detto lui.
(Piuttosto, sarebbe davvero indispensabile che qualcuno di buona volontà all’interno del Dap ricordasse al dott. Tamburino che l’universo, con una sola irrilevante eccezione, è composto di altri).
 
Ad ogni buon conto, mi domando se la “sorveglianza dinamica” piace a Tamburino perché è efficiente e funzionale oppure è efficiente e  funzionale perché piace a Tamburino ...
 
Comunque alla fine il Capo Dap mi ha convinto ...
 
... mi ha convinto che è sempre più urgente la necessità di abbandonare il Ministero della Giustizia per passare alle dipendenze del Ministero dell’Interno!